6 Underground

“6 Underground” è la conferma che il cinema di Michael Bay dà il meglio quando lo stesso Bay viene in qualche modo limitato. Che sia dal budget, il tempo disponibile per girare, il tipo di telecamere utilizzate o il produttore che gli sta con il fiato sul collo, qualsiasi fattore capace di limitarne il tentacolare raggio d’azione e di comando sul film che lui dirige si trasforma in un toccasana per la pellicola stessa. Il cinema del regista americano, per chi scrive, è diviso sostanzialmente in due categorie. La prima la possiamo chiamare “esplosiva”, dove possiamo mettere ad esempio titoli come il primo “Bad Boys”, “Transformers”, “Armageddon”. Questa tipologia che non necessariamente dà origine a dei film riusciti ma capaci di intrattenere il pubblico di riferimento (il quale sicuramente non si pone problemi riguardo storture tecniche che affliggono i titoli in questione), sono tutti accomunati da una riuscita generale (almeno divertono mettiamola così) dovuta dalla limitazione della libertà creativa di Bay. Nella seconda categoria, che chiameremo “implosiva”, troviamo titoli come ad esempio “Bad Boys 2”, “Transformers 4”, ma anche questo “6 Underground”. In opposizione diretta alla precedente, le pellicole che appartengono a questa, ogni linea decisionale riguardo il risultato finale, che siano musiche, scelte fotografiche o di montaggio (giusto per elencarne qualcuna), finiscono per implodere nella figura di Bay che diventa deus ex machina assoluto. Quando questo accade lo spettacolo che ci si ritrova a vedere è sempre tronfio, eccessivamente patinato, non privo difetti e condito di retorica alla nausea.

Ora non è che nei film della categoria “esplosiva” queste caratteristiche non ci siano, ma vengono depotenziate da “fattori esterni” evitando di far collassare la produzione in una totale anarchia che sbilancia ogni sua parte, dalla sceneggiatura, al montaggio, tentando di nascondere il tutto con un ritmo frenetico ma che risulta palesemente fuori controllo. Se come scriveva Cahiers du Cinema, Bay è un regista disinteressato al vezzo autoriale in favore della fluidità narrativa e la cura dell’immagine (nonostante la stessa rivista definisca poi “The Island”: “La daube de l’été. Une de plus pour Michael Bay”), dovremmo trovare i suoi film più riusciti tra quelli della categoria “implosiva”. Purtroppo non è così, anzi. Da sempre divisivo, il cinema del regista inizialmente vedeva il pubblico contrapposto alla critica. Oggi dopo più di vent’anni la critica è diventata meno tagliente (al punto che alcuni lo definiscono pure avanguardista, ma c’è da chiedersi se non ci sia una sottile ironia di fondo), mentre il pubblico meno incline ad accettarne gli eccessi che rendono la visione di alcuni suoi film piuttosto complicata (a tratti insostenibile). Per chi scrive Bay è un regista più che capace, tecnicamente preparato, ha realizzato pellicole divertenti, ma nessuna di queste è mai stata in grado di farlo andare oltre la categoria del bravo artigiano, da controllare pedissequamente durante la produzione se non si vuole che il risultato sia un bulimico carrozzone rutilante di effetti speciali, capace di restituire solo un sonoro mal di testa. “6 Underground” produzione Netflix dal costo tutt’altro che contenuto (150 milioni di dollari), come scritto sopra appartiene alla categoria “implosiva”, ma compie pure un passo in avanti dato che è considerabile il non plus ultra di questa. Questa ultima opera del regista, oltre alle storpiature al linguaggio cinematografico a cui ci ha da sempre abituati (ma che possiamo perdonarle se almeno il risultato finale fosse divertente, si pensi a “The Rock”), fa della totale disconnessione tra le parti il suo cavallo di battaglia. Quando Tony Scott girò “Una vita al massimo”, la modifica radicale che fece alla sceneggiatura firmata da Tarantino, fu quella di cambiare l’ordine cronologico degli eventi per adattarli al film che aveva in mente.

Vedendo “6 Underground” viene da chiedersi se la sceneggiatura prevedesse una tale frammentazione narrativa, o se in fase di montaggio sia stato scelto di tagliuzzare e spalmare a casaccio lo script di Rhett Reese e Paul Wernick, trasformando le avventure dei protagonisti, in un incomprensibile meltin pot di eventi stipati su diversi piani narrativo/temporali distribuiti per la quasi totalità della durata del film senza soluzione di continuità. La storia vede un gruppo di persone, ognuna con abilità specializzate nel proprio settore di competenza, dal medico alla spia, passando per il militare e così via, accettare di scomparire dal mondo e affiancare Uno, personaggio interpretato da Ryan Reynolds (mai così fuori posto), nella lotta sotterranea e arbitraria volta a rendere il mondo un posto migliore. Per fare ciò dovranno cambiare equilibri di potere geopolitico, iniziando dall’organizzazione di un colpo di stato atto a sovvertire il governo dello stato immaginario del Turgistan. I sette vigilantes al soldo di Uno inizieranno una forsennata corsa in giro per il mondo per raggiungere il loro obbiettivo. Nelle quasi due ore di durata “6 Underground” si rivela uno spettacolo noioso e a tratti incomprensibile. La sequenza iniziale ambientata a Firenze è l’esempio lampante di come un cinema fuori controllo, invece di esaltare l’azione l’affossi completamente. Il montaggio rende caotica e ostica la visione per tutta la durata, inserendo all’interno dell’azione sequenze narrative che si svolgono prima e dopo quanto viene portato sullo schermo. I personaggi vengono malamente abbozzati e sembra ci si metta d’impegno per annullare qualsiasi tipo di coinvolgimento nei confronti di uno a caso di questi. La trama è quasi incomprensibile tanto è sezionata e diluita per tutta la durata. Si arriva al termine della pellicola esausti e completamente disinteressati alla visione degli eventuali seguiti. Un cast completamente sprecato, in cui tutti gli interpreti sembrano non capire, proprio come chi si trova dall’altra parte dello schermo, cosa stia succedendo e i motivi scatenanti del tutto. “6 Underground” rivela ben presto di avere il suo fiato ed è veramente un peccato, perché nel momento in cui il cinema d’azione americano sta iniziando un nuovo corso con pellicole come “John Wick” o “Atomica Bionda”, quest’ultimo film di Michael Bay sembra riportarci a quelle ai fasti propagandistici di “Delta Force”, con l’aggravante di essere patinato fino alla nausea e privo di umorismo. “6 Underground” è sicuramente la pellicola perfetta per chi si accontenta di tanti bei colori sparati sullo schermo senza badare a sostanza e significato degli stessi, ma anche per tutti coloro che vogliono sprecare centoventi minuti della propria esistenza. Michael Bay firma il primo film in totale assenza di montaggio (coerente), dato che questo è rimesso alle menti di chi ne subisce la visione.

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6 Underground
In Breve
5.5
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