TRANSFORMERS

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TRANSFORMERS – La poesia dello sguardo

E’ Cinema, ma prima ancora gran SPETTACOLO visivo quello che imbastisce di volta in volta Michael Bay (The Rock, Pearl Harbor). Trame essenziali e rigorosamente verticali, che si sciolgono sul calore provocato dalla velocità con cui si susseguono i sui frastagliatissimi fotogrammi. Frammenti visivi di un cinema immateriale che esce dai contorni dello schermo con i sui personaggi, evoluzioni continue di un corpo/frammento denso e dalla identità delineata all’interno di un brogliaccio rodato, che mette a riposo il cervello per sublimare l’occhio con la poetica dello sguardo.

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Classico nel modo più assoluto è l’approccio di Bay con lo spettatore, stupire l’osservatore facendolo restare incredulo di fronte alle immagini è un concetto indissolubile al quale il regista non viene mai meno. Nei suoi film tutto quello che non genera stupore attraverso l’occhio diviene un “problema” di secondo piano, personaggi, progressioni narrative ed altro sono asserviti alla ricerca continua della fascinazione visiva, cercando in ogni modo di lasciare senza fiato la mente dello spettatore, ed iniettando la pancia con emozioni d’ogni tipo.

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La porta d’ingresso non diviene più la mente ma la retina, ed attraverso questa che la storia deve venire assorbita e non con la vivisezione della sceneggiatura scritta da parte della mente. Solo accettando “questa clausola” si può godere appieno delle pellicole di Michael Bay, ed in particolare questo suo ultimo “Transformers” sancisce l’importanza dello sguardo e dell’istinto, a discapito del pensiero e della ponderazione.

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E’ guerra tra gli Autobots e Deceptions, feroce, spietata ed in cerca di un nuovo campo di battaglia. Due fazioni in lotta per la conquista del “cubo”, quest’ultimo è infatti fonte di un potere immenso per chi ne entra in possesso. Non importa quanti mezzi o quanti morti diverranno necessari per la conquista del potere, i Deceptions lo vogliono per imporre la loro supremazia sui rivali e sul pianeta terra, luogo in cui risiede il “cubo”. Unico ponte tra il mondo terrestre e quello alieno è un ragazzo innamorato, in possesso (ovviamente a sua insaputa) della mappa per recuperare la fonte di potere.

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“Transformers” è un mix perfetto d’intrattenimento  adattao alle famiglie, ma anche per chiunque abbia voglia di mettere da parte l’animo adulto per rispolverare il bambino, che troppo spesso viene messo a dormire, o peggio a tacere. Un film non perfetto, ma che nei suoi intenti riesce ad avvicinarsi paurosamente alla perfezione, la trama semplice, l’azione frenetica e la simpatia del tutto non fanno che contribuire a spostare in secondo piano i difetti, non propri della pellicola, ma insiti nel genere di appartenenza. Nulla va preso sul serio, la sospensione della credulità viene richiesta al primo fotogramma, quando una voce fuori campo ci introduce agli eventi che seguiranno per le due ore successive.

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Michael Bay fa uso di tutte le sue tecniche classiche, sfoderando uno spettacolo dal devastante impatto, debitore di tutti gli “illustri predecessori” del genere “pop-corn movie” o “blockbuster”, fa a sua volta scuola riportando alla mente gli anni ’80, epoca in cui questi film venivano considerati e non criticati per quello che erano, ovvero spensierato intrattenimento necessario per far dimenticare agli spettatori tutti i problemi che li circondavano, ed in questi ultimi anni questa esigenza sembra essere divenuta di nuovo necessaria. Non un capolavoro, nemmeno un classico, ma due ore di divertimento assicurato per tutti coloro che non si vergognano di staccare la spina durante i titoli di partenza.

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