Armageddon – Giudizio Finale

Armageddon – Un poderoso giro di giostra

Nel pieno declino del buddy movie poliziesco, sul finire degli anni novanta il cinema americano cercava nuovi eroi dalle caratteristiche universali da esportare in giro per il mondo. Non è un caso che “Armageddon” arrivi nel maggior momento di prosperità dei disaster movie. E’ il 1998 e la tecnologia digitale ormai permette di realizzare in modo fotorealistico qualsiasi cosa, che si tratti di una invasione aliena, “Indipendence Day”, o di calamità naturali, “Twister”, il cinema a stelle e strisce trova nel disastro inevitabile, o quasi, la nuova leva per portare il pubblico nelle sale.

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La coppia d’oro di quegli anni formata da Jerry Bruckheimer e Michael Bay, rispettivamente produttore e regista, con “Armageddon” mettono una star allora al massimo della celebrità come Bruce Willis, al centro di un kolossal adrenalinico e spettacolare, che fa dell’estetica e della totale mancanza di attinenza con la realtà la cifra stilistica. La storia è semplice e lineare, divertente ma sicuramente ignorante.

Un enorme meteorite è in rotta di collisione con il pianeta terra. Le dimensioni di questo provocherebbero al suo impatto la fine della vita nel globo terreste, similmente a quanto avvenuto milioni di anni prima con i dinosauri. La Nasa e il governo americano (le bandiere a stelle e strisce non mancano per tutta la durata della pellicola, pure retorica e patriottismo tout court scorrono a fiumi) decidono quindi, in un atto disperato, di mandare una squadra di astronauti sulla superficie dell’asteroide, il cui compito sarà quello di scavare una fossa fonda abbastanza da depositarci una bomba nucleare e far saltare la massa rocciosa.

Purtroppo però nessuno alla Nasa sa veramente come eseguire con accuratezza tale operazione e quindi decidono d’ingaggiare una squadra di trivellatori petroliferi, capitanati da Harry Stamper (Willis), da addestrare in pochi giorni e mandati in orbita per salvare la terra (improbabile missione impossibile). La corsa ancora una volta è contro il tempo e i nostri eroi faranno di tutto per salvare il pianeta dalla distruzione.

“Armageddon” è stato scritto e riscritto da quasi una dozzina di persone (tra cui figurano anche J.J. Abrams e Tony Gilroy), girato con un rapporto “complicato” sul set tra Bay e Willis, con quest’ultimo che a fine riprese dichiarò di non voler mai più lavorare con il regista e per non farsi mancare nulla, visto il successo di “Titanic” di qualche anno prima si è ben pensato di aggiungere in corsa l’aggiunta della storia amorosa tra A.J. (Ben Affleck) e Grace (Liv Tyler). Se a questo scenario già complicato di suo, aggiungiamo che il film è stato girato in soli quattro mesi per rispettare le varie scadenze produttive, poter dire che “Armageddon” è un blockbuster divertente è qualcosa di miracoloso.

Oltre a questo la pellicola si rivelò il maggior incasso di sempre della Disney e fu capace di piazzare il gruppo musicale degli Aerosmith al primo posto in classifica grazie al singolo “I don’t want to miss a thing”. Michael Bay non è certamente regista fine e questo enorme giocattolo spaziale non fa altro che confermare per l’ennesima volta i tratti distintivi del regista. Da un lato troviamo la retorica patriottica dilagante (che culmina sicuramente con il discorso del presidente non alla nazione ma al mondo intero), dall’altro personaggi bidimensionali dal carattere delineato a con la stessa grazia con cui un falegname abbatte un albero a colpi di accetta.

A queste due caratteristiche si aggiungono vistosi errori di montaggio (che però non intaccano la “coesione” narrativa), una fotografia patinata che si sposa con una colonna sonora composta da hit piazzate al momento giusto e al volume più alto possibile. Accettate queste regole proprie del modo di fare e intendere il cinema del regista americano, chiudendo entrambi gli occhi sulla improbabilità del racconto, “Armageddon” offre due ore e mezzo di frastornante spettacolo, più simile ad un giro di giostra che ad film vero e proprio.

Eppure al netto di molti difetti, quello che Bay porta sullo schermo è un divertito spettacolo ignorante che funziona nelle sue derive più spettacolari e riesce a mantenere ritmo ed interesse alto in tutta la sua prima parte (a patto come specificato prima di accettarne i limiti). Il film inizia a mostrare i segni di cedimento dovuti anche alle innumerevoli riscritture nel terzo atto, quando l’improbabile squadra di eroi atterra sull’asteroide e deve portare a termine la missione. Qui la spigolosità dei protagonisti e la svolta decisamente seriosa del racconto rallenta la narrazione, mettendo in evidenza più di qualche incongruenza presente in sceneggiatura. In questi momenti la storia gira a vuoto senza grosso mordente.

Si procede a blocchi mal collegati tra loro (il montaggio ipertrofico di Bay non aiuta), che riescono a trovare un motivo d’esistenza grazie alle interpretazioni di alcuni comprimari di lusso come Steve Buscemi e Peter Stormare. “Armageddon” però è anche l’esempio di un cinema americano che oggi non esiste più, o almeno non viene concepito e percepito allo stesso modo. Stiamo parlando di kolossal d’azione che mettono al centro uomini in situazioni improbabili che li trasformeranno loro malgrado in eroi. Oggi il blockbuster passa attraverso la fuga completa dalla realtà, gli uomini non sono più necessari, gli eroi in carne ed ossa sono non bastano più.

I miti popolari come gli astronauti, ma non solo loro, sono diventati la normalità per intere generazioni di spettatori nate dopo gli anni 2000. Ecco che in questo preciso momento cinematografico “Armageddon”, ma non solo lui, ci ricorda quanto sia indispensabile scrivere per il cinema partendo dal reale, costruendo miti su materia esistente anche quando i risultati sono incerti e il fallimento è a portata di mano.

Oggi questa politicamente scorretta squadra di eroi improbabili, trova uno spazio in cui esistere molto più plausibile di quando nel 1998 arrivarono sugli schermi di tutto il mondo. In un cinema costruito sulla sovrabbondanza digitale, di cui lo stesso “Armageddon” è in parte pioniere, il film di Michael Bay sembra il perfetto esorcismo per chi cerca un divertimento non seriale e interconnesso ad altro. Cinema d’altri tempi, magari non il migliore, ma che riesce a divertire e a farsi ricordare, nel bene e nel male. Un cult per la cosiddetta generazione MTV e non solo.

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