Nella valle di Elah

Paul Haggis torna a raccontare l’America fatta di persone, di storie insignificanti nel computo totale di una nazione gigantesca, ma che sono enormi drammi per chi li vive. Con “Nella valle di Elah” dirige e scrive il resoconto di una ferita, l’ennesima, che squarcia il tessuto sociale di un popolo che quotidianamente viene derubato delle sue certezze, dei propri sogni. Il film racconta il dolore di un padre, ex militare, che inizia a indagare su quella che inizialmente è la sparizione del figlio soldato appena tornato dall’Iraq, ma che purtroppo si trasformerà nell’omicidio dello stesso. Il sergente Frank Deerfield (Tommy Lee Jones), spigoloso veterano del Vietnam ed ex poliziotto militare, inizierà a mettere in discussione i valori in cui ha sempre creduto. Più si addentrerà nella verità che ha portato alla morte del figlio e maggiormente prenderà coscienza di come dietro a un velo di patriottiche apparenze, in realtà si celi un enorme castello di carte pronto a crollare.

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Ad aiutarlo nella sua privata indagine la detective Emily Sanders (Charlize Theron), madre single che sgomita in mezzo a colleghi uomini per ritagliarsi il proprio spazio, lottando ogni giorno contro stupidi pregiudizi maschilisti. La coppia sfiderà il sistema giudiziario della polizia militare, in uno scontro che ricorda (da qui il titolo della pellicola) la lotta di Davide (i cittadini) contro il gigante Golia (lo stato). “Nella valle di Elah” è cinema americano che riflette sull’America stessa, partendo da un fatto accaduto e portandolo all’attenzione della platea con lo scopo di sensibilizzarne lo sguardo sulla necessità di andare oltre il confine dell’apparenza, che il militarismo e l’obbedienza forzata ai dogmi porta a esiti tutt’altro che rosei.

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“Nella valle di Elah” ancora una volta ci mette davanti alla verità che le vite delle persone non sono così importanti nel paese che esporta la democrazia a colpi di bombe in giro per il mondo.

Graziata dalla splendida e fredda fotografia di Roger Deakins la storia del sergente Deerfield che deve fare i conti con sé stesso, con la percezione della realtà e l’incapacità di mostrare i propri sentimenti a chi gli è più caro, è una struggente metafora sull’incomunicabilità del proprio essere. Così come in “Crash” e “Million Dollar Baby” Haggis scrive nuovamente una storia di animi traditi e sentimenti calpestati. Racconta il tempo in una società vorace di uomini e donne usa e getta, che fanno del pregiudizio e menefreghismo virtù fino a quando questi non schiacciano inevitabilmente la loro realtà frantumandola.

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Non è un caso che il titolo “Nella valle di Elah” sia il luogo, si narra nella Bibbia, in cui Davide sconfisse Golia, dato che questa volta la valle è l’America, Golia il sistema e Davide un semplice uomo che decide di combatterlo. Ma la realtà non si macchia di leggenda e oggi non basta più una fionda per sconfiggere un guerriero gigantesco, ma serve l’aiuto di ogni persona che ha a cuore chi gli sta vicino. La richiesta d’aiuto tanto poetica, quanto potente e non retorica della chiosa finale è allo stesso tempo, il momento più forte e toccante dell’intero film, che lo eleva da semplice thriller di cronaca, a pellicola d’autore complessa e sfaccettata a cui abbandonarsi di visione in visione. “Nella valle di Elah” ancora una volta ci mette davanti alla verità che le vite delle persone non sono così importanti nel paese che esporta la democrazia a colpi di bombe in giro per il mondo.

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Nella valle di Elah
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