A Quiet Place

Al terzo film come regista John Krasinski decide con “A Quiet Place” di abbracciare fantascienza e horror, mescolandoli in un meltin pot di derivata memoria, modellandolo in una pellicola dal registro personale. La storia vede la famiglia Abbott sopravvivere giorno dopo giorno nel più totale silenzio. Una razza aliena aggressiva, ha decimato la quasi totalità della popolazione mondiale. Unico modo per sopravvivere a questi mostri inarrestabile è evitare di generare qualsiasi rumore. Le creature non essendo dotate di vista, hanno sviluppato un udito finissimo, capace di indicare loro la posizione di qualsiasi cosa o persona grazie ai suoni che questa genera. La famiglia che ha già perso un figlio, si ritrova quindi a vivere in questo nuovo bizzarro mondo, con due figli a cui badare e un terzo in arrivo. Ma la loro tranquillità verrà ben presto messa nuovamente alla prova. Krasinski mette in scena un mondo credibile e coerente, per quanto fantastico esso sia.

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John Krasinski decide con “A Quiet Place” di abbracciare fantascienza e horror, mescolandoli in un meltin pot di derivata memoria, ma allo stesso tempo capace di modellare una pellicola dal registro personale.

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Il regista riesce a tratteggiare molto bene il carattere dei vari protagonisti, ottenendo dai propri interpreti delle prove estremamente riuscite, anche in virtù della quasi totale assenza di dialoghi. Ad aiutarlo troviamo Emily Blunt che regala l’ennesima prova attoriale riuscita, tratteggiando una madre divisa tra la perdita di un figlio e la necessità di mantenere saldi i legami con quelli che le rimangono. Ambientato per lo più in una fattoria “A Quiet Place” lavora sottraendo una delle parti più importanti del cinema di genere: il sonoro. John Krasinski dietro la macchina da presa è conscio di quanto sia necessario costruire la giusta atmosfera, ma soprattutto di come sfruttare al meglio suoni e rumori all’interno di un racconto dove questi divengono il principale nemico dei suoi protagonisti. La dimensione intima fusa nel racconto di fantascienza riporta alla memoria “Signs” di M. Night Shyamalan, me se il film dell’indiano giocava molto sul suo voler essere un omaggio ai capisaldi del genere (anche e soprattutto nei tempi della messa in scena), “A Quiet Place” è un film ben piantato nell’estetica moderna.

Nella sua durata “A Quiet Place” riesce esattamente a essere una macchina cinema costruita su di una tensione crescente

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Quella di John Krasinski è una pellicola che pesca a piene mani da cinema e videogiochi, forte di un impianto estetico che ben si guarda da diventare troppo patinato, ma che non teme di strizzare l’occhio all’immaginario pop, senza aver paura di utilizzare un tema centrale tutt’altro che leggero, come è l’elaborazione del lutto. Nella sua durata “A Quiet Place” riesce esattamente a essere una macchina cinema costruita su di una tensione crescente, pronta ad esplodere nella parte finale, capace di dare comunque un senso ad ogni cosa vista, senza dimenticarsi di lasciare uno spiraglio aperto per un possibile, ma non necessario seguito. Il regista americano al terzo film, più che uno sguardo da cinema indipendente, dimostra di avere ben chiaro le regole dell’intrattenimento di qualità, mai caciarone o fine a sé stesso.

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