Glass

“Glass” è il terzo capitolo di una trilogia nata nella mente del regista indiano M. Night Shyamalan, dove quest’ultimo porta a compimento la sua decostruzione del cinema fumettistico, fondandone uno che nei modi si discosta dal canone a cui l’industria americana ha abituato le platee dell’intero globo. In questo episodio l’eroe protagonista di “Unbreakable – Il predestinato” dovrà vedersela con lo psicopatico Kevin protagonista di “Split” e con la mente che inconsciamente ha creato entrambi, Elijah Price, soprannominato l’uomo di vetro. I tre si trovano rinchiusi in una clinica specializzata nella cura di malattie mentali, ad occuparsi di loro è la dottoressa Ellie Staple, psicologa che cura pazienti convinti di possedere super poteri. Tutto quello che sembra sotto controllo, lentamente andrà disgregandosi, facendo confrontare i tre faccia a faccia, rivelando inaspettate verità e casualità.

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“Glass” è un film che deve fare tanto con poco (Shyamalan ormai è lontano dai budget di qualche anno fa), o meglio ricava il massimo dal minimo visto il tipo di pellicola. Il regista indiano crea un film personale ed imperfetto, ma sta proprio nei momenti di puro disequilibrio la ragione d’esistere di “Glass”. Al contrario di quanto ci si aspetterebbe, il ritmo del film viene dilatato moltissimo dopo un inizio dal ritmo sostenuto, diluendo dialoghi ed eventi perché la necessità non è mostrare il super eroe, ma descriverne la natura, ma allo stesso tempo tradire l’aspettativa dello sguardo. Per fare questo decostruisce i fondamentali che sono ormai il linguaggio stesso del genere fumettistico cinematografico.

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Nel momento in cui ci si aspetterebbe lo scontro al fulmicotone, la pellicola svolta bruscamente in direzione opposta e viceversa, negando però la conoscenza/visione del piano meditato da Elijah Price, unico dei tre convinto appieno delle proprie teorie, unico che sa veramente di essere nel giusto. La macchina da presa si muove tra le stanze dell’ospedale con una precisione millimetrica, ed è aiutata dalle splendide “scarne” scenografie e da un uso dei colori non scontato e banale. Shyamalan ovviamente non disdegna il suo colpo di scena finale, marchio di fabbrica della sua filmografia, ma questa volta non riesce ad essere così stupefacente, dato che tutte le due ore di durata sono disseminate di indizi che porteranno a chiudere il cerchio della storia ben prima del termine. “Glass” è un film imperfetto, che fa delle aspettative disattese il suo fulcro, diluendo un po’ troppo una trama che fatica a ingranare in ogni sua parte, ma creando comunque una riflessione interessante sulle derive del genere. Magari la possibile conclusione di questa trilogia poteva essere un po’ meno compassata, ma già il fatto che riesca comunque a ritagliarsi uno spazio oltre il mero spettacolo visivo è qualcosa per cui vale la pena recuperarla.

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