Sicario

Sicario – L’inossidabilità dell’animo

L’agente Kate Macer (Emily Blunt) si lava dopo una giornata di lavoro, è rincasata da poco, ha vissuto ore che le hanno nuovamente scosso l’animo, ridefinito la percezione di ciò che la circonda. L’acqua della doccia scende dolcemente sul suo viso, la tensione inizia a sciogliersi ed il volto si ricopre del suo sangue. Tutto accade con una normalità che non dovrebbe esistere, intollerabile e inaccettabile, è troppo anche per lei.

I peccati altrui macchiano indelebilmente il suo volto e le segnano la mente, il rimorso di questi non viene più vissuto dall’esecutore, egli è redento in quanto autore “dell’incredibile” (dell’efferatezza che va oltre la soglia del credibile), eroe di una violenza primordiale incontrollabile (un moderno Caino privo di forma). Denis Villeneuve continua un percorso in cui la parte oscura dell’animo umano è assoluta protagonista, costruisce tensione e riflessione con una compattezza da lasciare ammutolito chi si ritrova di fronte alle immagini della sua pellicola (la scena della doccia sopra descritta ne è un esempio, ma quei corpi dentro a sacchi di plastica che la precedono sono un pugno nello stomaco).

Se nel precedente “Prisoner” la violenza era almeno motivata, ma in nessun modo giustificata, in questo “Sicario” tutto accade nascondendo il “perché” lasciando campo libero al “come” (ma quanto i motivi saranno svelati, non saremo capaci di accettarli). La pellicola chiede indirettamente allo sguardo di schierarsi con le figure di Benicio Del Toro (con un personaggio che potrebbe costargli un altro Oscar) e Josh Brolin, quest’ultimo presunto Deus Ex Machina di tutto ciò che accade al terzetto di protagonisti. Ma proprio come per l’agente Macer, non sarà semplice accettare di intraprendere una via senza destinazione, sopratutto quanto all’orizzonte si profilano le derive della solitudine personale.

Il cinema di Villeneuve vuole ancora una volta sottolineare che quando diciamo “noi”, spesso costruiamo una comoda coperta da metterci sulle spalle solamente per spalmare le nostre colpe, per condividerle con altri in modo da diminuire il senso di colpa (i pesi delle nostre scelte), per non accettare comunque la realtà che qualsiasi azione compiuta, parte comunque dal nostro essere uomini. Buona o cattiva che questa si riveli non nasce da un volere comune o da una esigenza, ma solamente dal nostro animo.

Possiamo mentire a noi stessi, ma questo al mondo non importa minimamente, perché in una visione globale le nostre azioni hanno una importanza infinitesimale (il mondo ci pensa molto meno di quanto noi non siamo disposti ad ammettere). In una realtà dove vengono tagliate teste a persone comuni al solo scopo di instillare terrore negli altri, il “Sicario” diventa l’ultima salvezza, in quanto figura che ha accettato l’impossibilità di modificare il passato, ma conscio di poter intervenire come indomabile forza anarchica nella stesura del futuro. Forse noi, come Macer, meritiamo un paesino in cui tutto funziona nella illusione che “i mostri” non esistano. Meritiamo di vivere in “coma farmacologico” che ci permetta di godere dell’ignoranza di quello che sta fuori.

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