13 Hours: the secret soldiers of Bengazi

Eroi sotto assedio e onore virile, due elementi cinematografici netti e allo stesso fondanti delle pellicole di genere fin dai tempi di Hawks e il suo sceriffo John Chance. Non poteva essere altro che una questione di tempo prima che il cinema Michael Bay arrivasse a dover intraprendere un nuovo percorso, il transformio era dunque la rappresentazione metaforica del traguardo di quelle traiettorie visive che hanno descritto una carriera ventennale dietro la macchina da presa.

Ma un nuovo inizio difficilmente può non passare attraverso una re-definizione delle identità, ed ecco quindi arrivare “13 Hours: the secret soldiers of Bengazi”, film che ha al suo interno un mash-up estetico derivato dalle opere precedenti (ma mai debitore delle stesse), confermando come ancora sia necessario mettere l’immagine orizzontale al centro di un corpo cinema nuovamente verticale, che predilige lo spettacolo visivo al potere del testo. Bay ancora una volta è interessato all’azione, al set come punto di arrivo e non di partenza, fulcro in cui far convogliare tutti gli elementi della storia. I suoi protagonisti non possono allontanarsi da questo immaginario baricentro in quanto loro stessi unici in grado di delinearne i limiti, le linee di confine da non superare e allo stesso tempo da salvaguardare (lo spettatore è distante, spia dall’alto come un drone esterno alla battaglia). Distante dal descrivere il nuovo eroe americano (per quello possiamo rivolgerci sempre ad “American Sniper”), “13 Hours” più che sulla geopolitica passata, necessaria solamente per dare uno sfondo ad un racconto puramente cinematografico, si concentra sulla iperbole del cinema di trincea, sulla importanza di agire più che sul dato eroico (Bay da per scontato che lo sguardo conosca il cinema bellico americano a tinte patriottiche, alcuni meccanismi non sono e probabilmente non saranno mai messi in discussione dal cineasta, interessato a sfruttare il budget per creare spettacolo non per ridefinire un genere).

La battaglia per la sopravvivenza questa volta è notturna ed il nemico non ha identità, nessuno è realmente quello che l’occhio decodifica e così non resta che sparare a un esercito di “zombi”, il cui desiderio di avanzata è legato alla necessità di rimuovere l’intruso, di provocare l’eliminazione dell’elemento che mina la propria cultura, ospiti irrispettosi in un territorio non loro, che hanno però un volto e una identità ben precisa: gli agenti del governo americano, extracomunitari dai cattivi usi e costumi (la prima pellicola del regista così dura con i suoi compatrioti). Ancora una volta la narrazione di Michael Bay è visiva, ma oggi come mai prima diviente anche compatta e chiara, nella sua vorticosa furia. “13 Hours: the secret soldiers of Bengazi” finisce quindi per trasformarsi in una pellicola inattesa, che merita la visione e in grado di scontentare quasi tutti gli estimatori del cineasta ormai abituati ad una ciclicità stilistica ben rodata, accomodando però i classici detrattori dello stesso che potranno ancora una volta attaccare la pellicola (la base americana) in massa dal loro territorio critico (zombieland).

13 hours cinefilopigro
13 Hours: the secret soldiers of Bengazi
6.8
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