Il procuratore – Siamo i mondi che creiamo

L’incontro tra il regista inglese e lo scrittore americano è di quelli dirompenti. Ridley Scott continua la sua decostruzione del genere per farlo abbraccia il racconto noir ideato da Cormac McCarthy, il risultato è un film esteticamente pulito, ma allo stesso tempo stratificato e complesso, attento a tagliare l’opulento corpo della storia con le immagini. Nelle ultime opere del regista pubblicitario (per i più sarà sempre ricordato così), abbiamo visto come sia importante quello che accade ai lati dell’immagine/storia, perché il cinema non è soltanto una lente d’ingrandimento sull’immediato, ma è costellata di elementi secondari che generano il moto degli eventi.

Non sempre decifrarli è semplice, l’autore è chiaro ed allo stesso tempo non sempre diretto, ma la pellicola restituisce al regista il posto che gli compete, quello di narratore per immagini e non di guida turistica da luna park assoggettata alle esigenze dei visitatori (la produzione!? il botteghino!?), ed ecco che il fuori campo ritorna prepotentemente dentro la storia fin dall’inizio, la fisica del corpo ha nuovamente le sue proporzioni, i personaggi non sono solamente luce ma anche ombra. Simbolo di questo contrasto tra le parti è rappresentato dalla bellissima Malkina (Cameron Diaz in stato di grazia), unica personalità del film realmente radicata nella realtà in cui vive, che non comprende come sia possibile chiedere il perdono delle proprie azioni, perché sono le uniche possibili, ed allo stesso tempo si domanda come ciò che la circonda non prenda coscienza della perdita, o meglio dell’impossibilità del ritorno: “Penso che se ti manca qualcosa vuol dire che speri che essa ritorni.

Ma non ritorna mai niente” dice al personaggio di Reiner all’inizio della pellicola. “Il procuratore” è la visione sull’amarezza della realtà, fatta di attesa e sogni da inseguire, anche se irraggiungibili senza operare scelte che cambieranno per sempre il nostro mondo, ma  non il modo in cui viverlo (i sogni non possono essere sottratti). L’epilogo non trova spazio per essere costruttivo o edificante, ma è l’unico possibile, chiaro fin da subito grazie al montaggio di Scalia e all’estetica impressa da Scott ad ogni scena. L’oscurità del racconto, le bizzarrie dei protagonisti sono esaltate dalla visione pulita e rassegnata del regista inglese, che per l’occasione fa percepire la sua presenza proprio come in quell’incredibile esordio di Conradiana memoria, ove al posto delle spade ci sono gli stacchi di montaggio. Noir moderno, che al suo interno ha gli stilemi cardine del genere, ma ne ridisegna le geometrie, che non possono più essere costrette ai margini di uno scenario uniforme, ma hanno la necessità di spaziare su più continenti e diversi strati sociali.

Ogni pedina/personaggio della scacchiera/storia muta continuamente il rapporto che ha con gli altri, ognuno di loro ha il proprio mondo che noi dall’altra parte dello schermo guardiamo e analizziamo, perché il nostro sguardo può vedere il fuoricampo, i principi di azione e reazione che modificano inesorabilmente le loro vite, senza alcuna possibilità di tornare indietro. “Il Procuratore” è una storia sulla imprevedibilità del futuro e l’impossibilità di cambiamento del proprio passato, niente può essere programmato quando decidiamo di intraprendere alcune strade, ed il mondo immaginato dall’avvocato (Michael Fassbender), centralissimo nei sentimenti per la donna che ama, non sarà mai perfetto come nella sua mente, perché il sogno deve sempre scontrarsi con la realtà e la redenzione non è alla portata di tutti.

Il procuratore
Il procuratore – Siamo i mondi che creiamo
7.2
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