Prometheus

“Prometheus” segna il ritorno del regista Ridley Scott al cinema di fantascienza, genere che aveva abbandonato nel 1982, anno in cui metteva la firma su di una delle pellicole più influenti di sempre: “Blade Runner”. Fine ultimo di “Prometheus” è dare il via a una nuova saga ambientata nello stesso mondo cinematografico di “Alien”, che sia allo stesso tempo racconto a sé stante, ma che tra le varie tematiche racconti anche la genesi dell’alieno xenomorfo più famoso della settima arte. La storia inzia dal ritrovamento da parte di un gruppo di ricercatori, di alcuni indizi su una cultura extraterrestre che si ipotizza diede origine all’essere umano. Denominati “ingegneri” dalla dottoressa Elizabeth Shaw (Noomi Rapace) e dal suo compagno il dottor Charlie Holloway (Logan Marshall-Green), questi daranno il via ad una spedizione finanziata dal mecenate Weiland (Guy Pearce), il cui scopo è raggiungere il pianeta da cui provengono questi esseri e trovare risposte sul perché abbiano creato l’uomo. A seguirli nel loro viaggio l’androide David (Michael Fassbender) e la figlia del defunto Weiland Meredith Vickers (Charlize Theron), convinta che questo viaggio non sia altro che uno spreco di denaro da parte del padre. Al loro arrivo però, troveranno molto più che semplici risposte alle loro domande, ma anzi, scopriranno una verità oscura che era meglio lasciare assopita nelle pieghe del tempo.

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“Prometheus” è un gigante con i piedi d’argilla, un film incredibilmente affascinante dal punto di vista visivo e contenutistico, che poggia su una struttura narrativa fin troppo scarna, che finisce per venir schiacciata dalle immagini capaci di raccontare gli eventi meglio di quanto non siano scritti. L’inizio della pellicola è un esempio lampante di come la sintesi visiva sia sempre superiore al racconto stesso. Infatti veniamo accolti da un’introduzione che mostra in pochi minuti la nascita della vita sulla terra come la conosciamo e come questa sia in realtà l’effetto collaterale di qualcosa, che questi “ingegneri” stavano testando. In questa manciata di minuti, che sono tra i più belli che il cinema di genere abbia mai proposto, per messa in scena e montaggio, vi è contenuta una forte dichiarazione d’intenti da parte dell’intero film.

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“Prometheus” è un film epico, in cui ogni immagine restituisce un senso di grandezza il cui fine ultimo, sembra sia ragionare su quanto l’uomo non sia figura centrale nell’universo

“Prometheus” infatti più che voler accompagnare con mano i fan della saga di “Alien” attraverso la storia che porta alla genesi del mostro che tutti conoscono, è invece interessato a riflettere sull’uomo e sulla sua incessante ricerca di risposte sulla creazione. Il film diretto da Scott pone molti interrogativi incentrati sull’eterna “lotta” tra scienza e religione, inserendoli in una pellicola sci-fi dai risvolti orrorifici che ricalca la struttura del capostipite in più punti. Ma come dicevamo il film è un gigante dai piedi d’argilla, ed infatti sta proprio nel suo disequilibrio tra la parte fantascientifica umanistica e l’intrattenimento più rumoroso il suo più grande difetto. La sceneggiatura di Damon Lindelof fatica a equilibrare l’aspetto ludico del racconto con quello più filosofico e Ridley Scott dal canto suo sembra avere idee molto chiare invece. “Prometheus” infatti per Scott è un film epico, in cui ogni immagine restituisce un senso di grandezza il cui fine ultimo, sembra voler far ragionare lo spettatore su quanto l’uomo non sia figura centrale nell’universo, alludendo che potrebbe anche essere un “semplice” incidente di percorso.

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In questo il film riesce appieno a raggiungere lo scopo, ma dove incespica è sulla struttura narrativa fin troppo aderente a quel “Alien” che nel 1979 grazie anche alle geniali intuizioni di Scott, cambiò radicalmente la faccia al genere. Ecco che un film ambizioso come “Prometheus” si ritrova a scivolare in alcuni momenti “classici” del cinema di genere, i quali sembrano inseriti a forza per compiacere un determinato tipo di pubblico bisognoso di personaggi e momenti stereotipati. Anche in queste sequenze però la regia di Scott è solida e capace di supportare una scrittura debole, incapace di correre alcuni rischi che avrebbero comunque giovato all’atmosfera generale, anche se reso la pellicola molto meno commerciale e sicuramente più lunga nell’esposizione delle tematiche principali. Certo nelle sue due ore di durata “Prometheus” può essere vissuto come una delle più esaltanti opere di fantascienza moderne, o in antitesi a questo, concentrando l’attenzione su quei momenti poco riusciti elevandoli a errori madornali di scrittura, si finirebbe per sminuire una pellicola tutt’altro che banale sia nella narrazione che nella messa in scena.

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Prometheus
7.4
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