Drive

Drive – Icaro notturno

Il ragazzo (Ryan Gosling) è un meccanico taciturno ed uno stuntman per l’industria dello spettacolo hollywoodiana. Di notte invece si dedica a fare l’autista per rapinatori di vario tipo, ha un codice etico e delle precise regole che devono essere rispettate per poter usufruire dei suoi servizi, pena l’abbandono del lavoro da parte sua. Il ragazzo ha una vicina di casa, Irene (Carey Mulligan), sposata con un criminale che ha portato a casa i problemi maturati in carcere. Per salvare Irene e il suo figlioletto Benicio (il sogno di una vita che lui non può permettersi), decide di aiutare il di lei marito a compiere un’ultima rapina. Qualcosa va storto. Il ragazzo è costretto a rimediare.

“Drive” è il cammino di redenzione del ragazzo, una sorta di Via Crucis che lo vede partire dall’inferno (una Los Angeles notturna mortuaria e angosciante) per ritagliarsi un piccolo angolo di paradiso (assaporato in una giornata di sole con Benicio ed Irene). Il cammino di questo “eroe” dalla doppia vita (che sembra l’esatto opposto di Bruce Wayne/Batman), è arduo e solitario, perché il peso delle proprie azioni non può e non deve gravare sulle spalle altrui, i propri problemi non devono per forza di cose essere risolti da altri, perché il costo di tale aiuto sarebbe altissimo. Il regista danese Nicolas Winding Refn, dirige una pellicola che cambia continuamente forma, pescando la materia cara a Michael Mann (che sicuramente abbozzerà un sorriso di compiacimento guardando questa pellicola), su tutte la centralità dell’aspetto umano dei personaggi, mescolandola alle strade infuocate di Walter Hill, costruendo un western cupo e notturno (le cose si complicano sempre e solo di giorno per il protagonista, casualità?), dall’impatto scenico visivo in grado di rapire il cuore per tutta la durata della pellicola (la mente è sempre subordinata ai sentimenti inscenati ed è un bene, altrimenti il tutto risulterebbe noioso).

Lo sguardo si riempie di emozioni, grazie ad un mondo in cui tutto è bianco oppure nero, non c’è spazio per il grigio, la violenza è eccessiva (anche se non scendiamo nel grottesco tarantiniano), come il romanticismo non esiste ma solo amore allo stato puro. La macchina di Refn sta sempre distante (nonostante le belle e non “convenzionali” riprese fatte negli interni), non s’intromette mai tra i personaggi e lo spettatore, perché se la regia è funzionale il ponte tra la realtà e l’illusione cinematografica è Ryan Gosling, protagonista assoluto di questo one man show infernale. La sua staticità espressiva che sembra presa dalle maschere che il suo personaggio  indossa quando fa lo stuntmen, acquisisce un movimento sempre maggiore (anche se sempre misurato) con la progressione della storia, per arrivare a quel finale che non può far altro se non riempire di gioia ogni tipo di spettatore.

“Drive” è quindi un blockbuster mancato (perché ne avrebbe tutte le derivazioni a livello di sceneggiatura ma il regista danese non è Justin Lin), ma allo stesso tempo è un film d’autore che di fatto non ne ha le caratteristiche piene (per quanto sia presente una forte impronta da parte del cineasta, molto peso lo sorregge Gosling), forse perché il cinema di Refn dimostra di essere continuamente qualcosa di diverso dalla scatola che lui stesso costruisce, “Drive” in questo non fa eccezione cambiando pelle più volte durante tutta la sua durata, lasciando un segno indelebile in chi ha coraggio di fare un giro in macchina con il ragazzo.

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8
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