Blade Runner 2049

Quanto segue non contiene nessun tipo di spoiler e nemmeno riferimenti alla storia che il film racconta. Buona lettura.

“Sometimes to love someone, ou got to be a stranger”

“Quando ami qualcuno a volte devi diventare un estraneo”. Queste parole del vecchio Rick Deckard (Harrison Ford) sintetizzano al meglio “Blade Runner 2049”. Per quanto si possa amare un film bisogna avere il coraggio di lasciarlo andare, mantenere nei nostri ricordi la sua inarrivabile bellezza e guardare altrove. Il cinema di fantascienza, ma non solo quello di genere, dal 1982 al 2017 è cambiato. La cosa più banale, ma che mi accingo comunque a fare, sta nel sottolineare quanto “Blade Runner” di Ridley Scott abbia influenzato intere generazioni di cineasti e spettatori. Questo seguito diretto da Denis Villeneuve porta inevitabilmente il peso di un padre ingombrante, che negli anni da fallimento commerciale è divenuto un cult, promosso successivamente a capolavoro, per trasformarsi in vero e proprio mito capace di contaminare la cultura popolare con la stessa semplicità con cui un coltello taglierebbe del burro.

Non è sbagliato affermare che la pellicola del 1982 ha segnato un punto di svolta di debordante portata. Il regista canadese assieme allo sceneggiatore Hampton Fancher (che lavorò anche al primo capitolo), ricostruiscono il mondo e la mitologia con un incedere lento e malinconico. “Blade Runner 2049” riesce, oltre ad essere un’opera visiva con vette ineccepibili, ad accendere nuove riflessioni grazie ad una storia che non nasconde le proprie stratificazioni, senza cedere alle aspettative, ma anzi con il coraggio di guardare oltre, concedendosi il lusso di attingere alla memoria d’origine.

“Blade Runner 2049” non vive sul fascino del passato, lo ingloba al suo interno e lo trasforma in materia di partenza per costruire un thriller intimista, dall’incedere lento e rigoroso.

“Blade Runner 2049” racconta di un mondo in cui ogni cosa accade nuovamente per la prima volta, dove un blackout informatico ed elettrico ha ridisegnato le geometrie sociali, i ricordi rimasti sono spesso sequenze corrotte di codice binario, ma anche un mondo in cui i miracoli possono avverarsi ed essere visti. La vita e lo stupore della nascita sono ancora l’atto umano più incredibile e inspiegabile, qualcosa che non può essere incasellato, fatto di variabili incalcolabili. In un futuro dove gli androidi non si domandano più cosa voglia dire essere umani, è tempo di oltrepassare i confini di razza, un muro invisibile che le due specie hanno eretto a loro difesa. L’agente K (Ryan Gosling), si ritroverà a indagare su degli eventi che metteranno seriamente a rischio questa distinzione delle parti in gioco, costringendolo non solo a comprendere chi egli sia, ma anche se il mondo sarebbe o meno pronto a una rivoluzione.

Il film di Villeneuve è una lunga e malinconica riflessione sul potere dei ricordi, su come le nostre azioni ci trasformino nelle persone che siamo. Cosa rende un uomo diverso da un androide, l’anima o le esperienze vissute? Un essere sintetico che vive una esistenza fondata su ricordi fasulli, creati da qualcuno che magari non li ha mai vissuti, può diventare umano delineando la propria identità come conseguenza di azioni dettate dal libero arbitrio? E se un uomo perdesse completamente la sua memoria e ricominciasse la propria vita all’età in cui si trova, cosa lo renderebbe diverso da una macchina sintetica? Interrogativi ancora una volta enormi, a cui il cinema non può rispondere, ma si riscopre grande nel porli. “Blade Runner 2049” non vive sul fascino del passato, lo ingloba al suo interno e lo trasforma in materia propria per costruire un thriller intimista, dall’incedere lento e rigoroso.

Il film di Villeneuve è una lunga e malinconica riflessione sul potere dei ricordi, su come le nostre azioni ci trasformino nelle persone che siamo.

Villeneuve non mette fretta nel ridisegnare a piacimento un nuovo universo cinematografico, che se deve la sua esistenza al modello originale, allo stesso tempo non ne è una evoluzione o riproposizione, ma bensì nuova visione. Alla pioggia si aggiunge la sabbia e la neve e Los Angeles non è più l’unico luogo dell’immaginario. Il regista canadese non ha più le limitazioni del set datato 1982 e può quindi costruire immagini che si concedono il lusso di essere tra loro agli antipodi, dalla Los Angeles del 2049 alla Las Vegas desertica, set analogici e digitali allo stesso tempo. Dalla fredda metropoli popolata, al deserto contaminato che custodisce il decadimento di una civiltà ancora bisognosa del proprio passato (non è un caso che qui possano esistere allo stesso tempo Deckard e Elvis, icone al di là dello schermo).

“Blade Runner 2049” porta lo sguardo dove non è mai stato e dopo tanto tempo riaccende la necessità di comprendere, la gioià della scoperta, il bisogno di porsi delle domande. Lo sguardo dopo la prima visione sarà costretto allo spostamento sui vari strati che risiedono sotto la trama principale. Oltre l’indagine dell’agente K deve iniziare quella dello spettatore, che ha nuovamente la possibilità di immaginare un futuro altro, non saranno i cancelli di cancelli di tannhauser a popolarlo, ma qualcosa di diverso. Quello di “Blade Runner” era un cinema che sembrava infilmabile, incapace di andare oltre se stesso, dove sembrava esserci solamente il vuoto. Oggi però, può cominciare un nuovo viaggio partendo dal 2049, lasciando a tutti il ricordo di una metropoli costantemente sotto la pioggia, di navi in fiamme mai viste e che non ritorneranno mai, ma che non devono comunque essere dimenticate.

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Blade Runner 2049
8.5
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