The Greatest Showman

“The Greatest Showman” è il classico film realizzato male, ma ruffiano a tal punto da farsi piacere, magari non da tutti, ma dagli amanti del genere musical forse si. La pellicola di Michael Gracey, purtroppo, fallisce nell’aspetto più importante, ossia far accettare a chi sta dall’altra parte dello schermo che ci siano persone che cantano anche quando, per salutarsi magari,  potrebbero dirsi banalmente “ciao”. Eppure il cast è in splendida forma, le musiche ci sono, le coreografie pure, ma a mancare è una regia salda che riesca a dare profondità allo spettacolo visivo.

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La storia di “The Greatest Showman” è la biografia romanzata di Phineas Taylor Barnum (Hugh Jackman), imprenditore statunitense divenuto famoso a metà dell’ottocento per i suoi spettacoli circensi e il tipo di promozione che a essi faceva. Il film traccia una distanza considerevole dalla realtà e trasforma in favola la vita di Barnum. Lo vediamo da piccolo figlio di un sarto trasformarsi in uomo che insegue i propri sogni di fama e successo, finendo quasi per perdere quello che ha di più caro. A riportarlo sulla retta via ci penserà il socio Phillip Carlyle (Zac Efron), che assieme agli altri artisti del circo ricorderanno a Barnum quanto sia importante accettare le proprie origini per scrivere il più roseo dei futuri.

“The Greatets Showman” è una pellicola che dura 115 minuti ma che vengono percepiti come fossero almeno il quadruplo.

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Il regista Michael Gracey esordisce alla regia di un lungometraggio proprio con “The Greatest Showman”, dopo una gavetta passata tra videoclip e documentari musicali. Purtroppo il passo che compie decidendo di saltare sul carrozzone di un musical è stato sicuramente mal calcolato. Il film che può contare su degli attori perfettamente calati nei ruoli (a parte Rebecca Ferguson visibilmente non a proprio agio con il playback)  e su di un impianto scenico di prim’ordine, fallisce completamente l’obbiettivo di sospensione dell’incredulità. Il risultato è una pellicola che dura 115 minuti ma che vengono percepiti come fossero almeno il quadruplo. Nonostante le musiche trascinanti su cui può contare, “The Greatest Showman” finisce vittima di una sceneggiatura superficiale e dallo svolgimento fin troppo ordinario, incapace di supportare tutte le pause tra una canzone e l’altra.

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Il film riesce anche ad attirare l’attenzione con la sua estetica patinata, un protagonista decisamente accattivante forte di un Hugh Jackman in grande spolvero, ma soprattutto di un comparto musicale veramente travolgente. Purtroppo non basta a salvarlo dalla noia in cui sprofonda ogni volta che non ci sono momenti di canto e ballo sullo schermo e spesso, pure questi, tendono ad essere eccessivamente ridondanti a causa di una messa in scena che non riesce a restituire tempi e spazi scenici adeguati. Difficile comprendere se le colpe ricadano tutte sul regista o debbano in parte essere spartire con gli sceneggiatori e i produttori, sta di fatto che quando in sede di montaggio servono sei persone per dare forma al racconto, qualcosa durante la realizzazione non è sicuramente andata come doveva. I difetti di “The Greatest Showman” lo trasformano in una visione a tratti piacevole per gli amanti del genere, ma allo stesso tempo un film quasi insopportabile per tutti gli altri.

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I difetti di “The Greatest Showman” lo trasformano in una visione a tratti piacevole per gli amanti del genere, ma allo stesso tempo un film quasi insopportabile per tutti gli altri.
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