Avatar – La via dell’acqua

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Volente o nolente “Avatar – La via dell’acqua” deve essere il miglior seguito possibile per due semplici ragioni. La prima è legata al suo creatore, quel James Cameron che quando si tratta di continuare un racconto cinematografico non ha mai deluso. Basti pensare ad “Aliens” secondo episodio della saga iniziata da Ridley Scott, o “Terminator 2” che elevo a blockbuster un b-movie a basso budget, rivoluzionando al tempo stesso la concezione degli effetti speciali. La seconda ragione è di carattere tecnico/commerciale, visto che questo film si trova a raccogliere il testimone di un titolo che nel 2009 sconfisse l’inaffondabile “Titanic” al botteghino, ridefinendo per sempre la struttura produttiva delle produzioni ad altissimo budget.

Avatar - La via dell’acqua

“Avatar – La via dell’acqua” arriva tredici anni dopo il capostipite e mette subito in risalto l’abilità del regista e sceneggiatore canadese, che conscio del tempo trascorso, deve in qualche modo creare un seguito che sia pure un nuovo inizio, capace di raggiungere il pubblico di ieri e quello di oggi. Cameron evita di riproporre il film precedente sotto una nuova veste, ma decide di creare un ponte tra i due che li colleghi formando una narrazione coerente, spostando però il focus dal cammino classico dell’eroe del primo “Avatar” verso un’avventura corale al cui centro gravita la famiglia che Jake Sully e Neytiri (ancora una volta Sam Worthington e Zoe Saldana), hanno costruito in questi anni passati su Pandora.

Avatar - La via dell’acqua

La storia di “Avatar – La via dell’acqua” vede la famiglia Sully in pericolo e costretta a scappare dalla foresta per evitare lo sterminio del loro popolo. Gli esseri umani sono tornati nuovamente su Pandora per colonizzarla e costruire una nuova patria che possa sostituire il pianeta terra ormai morente. L’impresa però risulta difficile per via dei Na’vi, che capitanati da Jake Sully danneggiano i piani di colonizzazione, al punto che per fermarli lanceranno contro di loro una vecchia conoscenza: il colonnello Quaritch, riportato in vita in un corpo Na’vi clonato. Jake e la sua famiglia lasciano la foresta per unirsi a un’altra popolazione che vive a ridosso dell’oceano. Ma per quanto fuggano non possono nascondersi da un inevitabile destino.

Avatar - La via dell’acqua

Come il film del 2009 anche questo “Avatar – La via dell’acqua” si fonda su due principi fondamentali. Una narrativa semplice e un impianto visivo che non si limita a stupire, ma che è parte integrante della storia, donandole stile e spessore necessari a creare una forte impronta identitaria. Ancora una volta si rimane stupiti dalla maniacale, forse pure ossessiva, cura per i dettagli anche più marginali inseriti nella scena, ma Cameron punta all’immersione totale dello sguardo nella sua opera, tanto che l’utilizzo della tecnologia tridimensionale sempre l’unica via possibile per fruire della sua strabiliante creazione. Nelle oltre tre ore di durata ci si dimentica presto di trovarsi di fronte a un’opera di fantasia, rimanendo ammaliati dallo splendore visivo della pellicola.

Avatar - La via dell’acqua

Come e forse più che nel primo film, anche in “Avatar – La via dell’acqua” le immagini raggiungono una grandiosità senza pari, completamente fuori scala per impatto e portata. La macchina da presa digitale si muove con eleganza e disinvoltura tra cielo, terra e mare, mettendo sotto gli occhi di chi guarda una meraviglia continua che mozza il fiato in più di un’occasione. A stupire maggiormente troviamo la gestione degli spazi e soprattutto il montaggio, che nella lunga parte finale riesce in un miracolo, consentendoci di seguire senza difficoltà una battaglia complessa con una chiarezza che raramente si è trovata sul grande schermo negli ultimi anni, confermando come il film pieghi la tecnica al racconto e non viceversa.

Avatar - La via dell’acqua

James Cameron dimostra ancora una volta di essere un regista d’altri tempi per come utilizza la narrazione, ma allo stesso sembra provenire da un futuro che molti sperano di raggiungere per la qualità tecnica che riesce a raggiungere. Per ritrovare qualcosa di profondamente diverso, eppure molto simile nel suo piegare il mezzo al volere del racconto, dobbiamo tornare indietro al 2015 e a quel “Mad Max: Fury Road” che fece impazzire pubblico e critica. “Avatar – La via dell’acqua” non si limita ad essere un seguito migliore del primo, ma segna una linea di confine tra il blockbuster di qualità e quello prodotto in serie che ha spopolato sia sul piccolo che grande schermo nell’ultima decade, salvo qualche rara eccezione.

Avatar - La via dell’acqua

Il primo “Avatar” nel 2009 ridefiniva la sua categoria di appartenenza, lavorando per sottrazione sulla struttura del racconto che per raggiungere il pubblico più ampio possibile si fondava su archetipi classici. Allo stesso tempo non risparmiava un sottotesto critico al mondo contemporaneo come il racconto di fantascienza fa da sempre. “Avatar – La via dell’acqua” conferma la stessa formula elevandola all’ennesima potenza. James Cameron dopo tredici anni compie il miracolo più grande, che non risiede tanto nella qualità del film (altissima), ma nel suo ricordarci che non c’è luogo migliore e popolare di una sala cinematografica per emozionarsi e rimanere stupiti ogni volta come fosse la prima.

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