Avengers: Infinity War

Prima di essere il miglior film dei Marvel Studios (ma lo è veramente?) o la consacrazione definitiva della macchina produttiva capitanata da Kevin Feige, “Avengers: Infinity War” è il trionfo dei due sceneggiatori Stephen McFeely e Christopher Markus. Va detto che il film diretto dai fratelli Russo è sicuramente il più grande ed imponente lungometraggio partorito dallo studio, grazie anche al lavoro dei due direttori, che confezionano un film capace di segnare un deciso passo avanti rispetto all’appiattimento sensoriale cui ci eravamo abituati. “Avengers: Infinity War” però è prima di ogni altra cosa, un piccolo miracolo di sceneggiatura, scritta tirando le fila di eventi sparsi disomogeneamente in un totale di diciotto pellicole, alcune di queste nemmeno collegate tra di loro.

Il film si rivela un autentico melting pot di tutti i personaggi e relative avventure, che possono finalmente unirsi in modo sensato (questo è il vero miracolo, dare una coerenza al tutto), per affrontare una minaccia comune: Thanos, il primo vero cattivo credibile nella conta totale delle produzioni. L’antagonista di questo film, un pupazzo digitale che nasconde sotto i pixel ad altissima definizione Josh Brolin, diventa il protagonista assoluto del racconto. Dopo almeno due pellicole per ogni personaggio, gli sceneggiatori hanno avuto l’intelligenza di puntare tutto sula figura che nel corso di dieci anni era apparsa solamente ai margini. Ecco quindi che Thanos possiede un arco narrativo ben definito nelle due ore e mezza di film, uscendo da quel fuoricampo a in cui è rimasto ad attendere per dieci anni di film Marvel. La sua prima apparizione ad inizio di “Avengers: Infinity War” evidenzia la sua centralità e detta ritmo e il tono dei minuti che seguiranno.

Se i due sceneggiatori consegnano al film un cattivo sfaccettato e per niente bidimensionale (facendosi perdonare il pasticco “Ultron“), riescono a fare un lavoro addirittura un lavoro migliore nel miscelare le diverse personalità dei vari personaggi, mantenendone inalterate le peculiarità cinematografiche. Ecco che i divertenti “I guardiani della galassia” si mescolano con i ritmi più seriosi di “Thor” (e questo Avengers giustifica il cambio di tono del criticato dai fan Ragnarok), ma riesce ad unire in un perfetto equilibrio “Doctor Strange”, “Iron Man” e “Spider-Man” senza snaturare nessuno o imprimendo un personalità dominante. Alla fine sarà sempre e comunque “Thanos” il mattatore che ruberà la scena ad ogni sua apparizione (anche se fa un passo indietro quando i due attori migliori del cast si punzecchiano nei panni dei loro rispettivi personaggi, questo in riferimento a Robert Downey Jr e Benedict Cumberbatch). Il lavoro dei due sceneggiatori è quindi già di per sé un motivo valido per andare a vedere il film, a cui va aggiunto anche un finale che spiazzerà molti, ma va da sé che per quanto coraggioso la pellicola stessa lo fa presagire, anche se non immaginare nel metodo della sua esecuzione. Il reparto scrittura ha sicuramente centrato il bersaglio, ma anche i registi Anthony e Joe Russo (che con “Civil War” avevano fatto le prove generali per il crossover ufficiale), riescono a mettere la firma su quella che sarà forse la più importante pellicola della loro carriera. I due fratelli dietro la macchina da presa riescono a non farsi sommergere dagli innumerevoli eventi da rappresentare e danno vita al film Marvel definitivo.

Per dimensioni e ambizioni questo “Avengers: Infinity War” è il miglior titolo prodotto dalla casa delle idee, capace di stupire i fan e regalare un solido spettacolo di intrattenimento qualsiasi sia lo sguardo che lo attraversa. Il film dei fratelli Russo però si porta appresso alcune caratteristiche, ormai non si possono più chiamare difetti, proprie delle pellicole dello studio, che faranno la gioia dei fan, ma non riusciranno ad appassionare chi fino ad oggi ha sempre considerato questo universo cinematografico condiviso un fenomeno di massa più che una enorme struttura cinematografica. “Avengers: Infinity War” è una pellicola incapace di reggersi da sola, ma fa uso della continuity per completarsi ed essere compresa. La sua fruibilità è subordinata a quanti episodi singoli dedicati ai personaggi che lo popolano si sono precedentemente visionati. La rete di riferimenti è intricatissima e ben organizzata, ma basta non aver visto due film che lo hanno preceduto per rendere incomprensibili porzioni di storia, o peggio, depotenziare la portata drammatica e spettacolare del racconto. Questo aspetto è piuttosto importante in quanto implica la visione delle storie singole anche di personaggi verso cui non si nutre un particolare interesse (l’universo cinematografico Marvel mai prima d’ora ricorda da vicino una strattura seriale televisiva). Un altro punto a sfavore di “Avengers: Infinity War” è il suo voler essere enorme, procedendo per addizione di eventi uno più straordinario dell’altro, arrivando alla parte conclusiva con una regia che non traduce con la giusta forza l’enormità degli eventi (potremmo dire che risulta stanco).

Infatti il film dei fratelli Russo nelle battaglie finali mostra ancora una volta il più grande limite dei due cineasti, la gestione delle sequenze d’azione. Deve essere chiaro fin da subito che queste non hanno assolutamente nulla che non sia in linea con quanto diretto dai due in precedenza, ma non brillano certo per inventiva della messa in scena, con il risultato che la tensione che dovrebbe caratterizzarle viene a mancare (paradossalmente gli socntri con meno personaggi dove a far da padrone sono i tecnici della computer grafica sono più intensi). Ma proprio quando i fratelli Russo iniziano a essere incapaci di nascondere il “mestiere”, gli sceneggiatori mettono a segno un colpo finale il cui rischio è altissimo, ma allo stesso tempo va premiato. “Avengers: Infinity War” si consuma proprio in quei momenti “shock”, mostra la sua vera natura in quei minuti dove Thanos mostra il suo enorme potere e mette in completa discussione le certezze narrative costruite in dieci anni di film. I Marvel Studios dimostrano di non aver paura nel sovvertire le regole da loro stessi inventate, donando alla pellicola l’unicità che merita. “Avengers: Infinity War” è molto distante dall’essere un capolavoro, non riesce nemmeno a convincere pienamente nelle sue sequenze spettacolari, ma mette finalmente una enorme dose di cuore all’interno di un ciclo produttivo che sembrava essersi dimenticato del cinema stesso.

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