The Babadook

The Babadook – L’orrore della maternità

Premessa: la pellicola diretta da Jennifer Kent si meriterebbe qualcosa di maggiormente riflessivo e personale come analisi rispetto a quanto leggerete (perché essa è molto meno banale di quanto possa sembrare) , ma io sono pigro e ho scritto il tutto nei ritagli di tempo, ma ad ogni modo qual’ora non si capisse sappiate che dovreste proprio andare a vedervelo, o al massimo recuperare con una futura visione domestica.

Ogni buona storia dell’orrore inizia sempre con la favola della buonanotte!

Ci sono pellicole che grazie ai prodigiosi ritardi della distribuzione italiana, scandalosa ed incomprensibile a volte, arrivano nelle sale con un pedigree di tutto rispetto a livello internazionale. E’ il caso di “Babadook” di Jennifer Kent, pellicola horror australiana, realizzata con pochi soldi e molte buone idee che ha convinto critica e pubblico ormai quasi un anno fa. Il film in questione mi ha piacevolmente colpito nonostante la diffidenza dovuta allo sbandieramento da parte del trailer italiano, dei successi di critica internazionale (avete presente quelle belle pubblicità dove le immagini statiche con parole virgolettate sono più importanti delle scene del film? Se non avete mai visto roba del genere, guardatevi il trailer imbastito da Koch Media).

I tempi cambiano così come le illustrazioni dei libri per bambini!

Dal punto di vista produttivo la pellicola fa di tutto per mascherare al meglio il budget non altissimo, ma almeno utilizza buon senso nel farlo (colori rarefatti, pochissime location tra cui quella principale pure piccolina, due attori e dieci inutili comparse, roba del genere insomma). “Babadook” inizia con gli stereotipi classici del genere horror, tra cui il bambino orfano con problemi da far sembrare normale Regan de “L’esorcista”, la madre con l’ossessione per il marito morto poco prima del parto, la casa normale se vista da fuori, il libro portatore di mostri, finendo poi per abbracciare una inaspettata deriva più fantastica che orrifica. Questa svolta inaspettata può anche indispettire i puristi del genere, ma di sicuro la pellicola inscena con una sensibilità inaspettata l’orrore domestico (che si voglia o meno ammettere la regia dal tocco femminile si fa positivamente sentire), con tanto di mostro/uomo nero impalpabile che qui prende il nome di Babadook.

L’uomo nero può non nascondersi sotto il letto nel 2015?

La Kent vince la sfida con lo spettatore perché si ricorda di ingannarlo (cosa che da sempre distingue i migliori esponenti del genere), gioca con i piani percettivi dello sguardo mescolando realtà e fantasia, donando al film un sottofondo di inquietudine che non dimentica di trasmette a chi osserva la storia. Ma se questo è il punto che eleva sopra la media “Babadook” diviene anche il suo più grande difetto, poiché la tensione accumulata non esplode mai nell’orrore, non riesce a generare un vero e proprio brivido di terrore, in virtù di una seconda parte maggiormente focalizzata sull’aspetto “irreale”, fantastico del racconto. “Babadook” seppur non perfetto nel proporre lo spavento, riesce a far riflettere con dolcezza su come un trauma famigliare venga percepito in maniera diversa dai membri restanti della stessa (dolcissime le parentesi fantasiose del figlio che da una forma al padre, le quali daranno le sembianze anche a Babadook agli occhi della madre). Delicato nel tema, molto meno nella messa in scena (ma pur sempre di una opera prima parliamo), tutto funziona a dovere a patto di chiudere un po’ gli occhi su alcuni momenti che risuonano nella pellicola al pari delle note stonate di una melodia. “Babadook” non è quel gioiellino dell’orrore che fa di tutto per essere, ma si conferma una pellicola con molto da offrire a coloro che non si fermeranno sulla superficie del racconto.

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