Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Una madre in lutto per la morte della propria figlia attende notizie sulle indagini della polizia locale. Per smuovere l’opinione pubblica e riportare l’attenzione sul tragico evento avvenuto mesi prima, affiggerà tre manifesti che divideranno gli abitanti del paese di Ebbing, ma allo stesso tempo daranno il via ad un personale confronto tra la donna e la polizia locale. Una lucida e allo stesso drammatica storia di vendetta non consumata è quello che Martin McDonagh ci racconta nel suo ultimo film. Regista e sceneggiatore britannico a cui si deve il poco, ingiustamente, conosciuto “In Bruges”, scrive e dirige questa pellicola ambientata tra le case di un paese irrimediabilmente disperso tra i verdi boschi del centro America.

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Non c’è mai “rumore” nel film di McDonagh, eppure non mancano le emozioni, quelle viscerali capaci di esplodere in più momenti durante tutta la durata del film.

“Tre manifesti a Ebbing, Missuori” è costruito per disattendere le attese e sorprendere con lucida meticolosità lo sguardo. In quel paese fuori dal tempo tutto diviene possibile, perché le regole vengono riscritte continuamente. Una madre può quindi cercare giustizia e condivisione del dolore attraverso tre cartelloni pubblicitari, così come lo sceriffo ha la possibilità di dare un peso specifico alla propria esistenza anche attraverso atti estremi. Non c’è mai “rumore” nel film di McDonagh, eppure non mancano le emozioni, quelle viscerali capaci di esplodere in più momenti durante tutta la durata del film. Tre sono i manifesti, come tre sono i personaggi che si dividono lo spazio concesso loro dalla storia. Il primo è sicuramente Mildred (Frances McDormand), la madre a cui hanno strappato la figlia, donna caparbia e resiliente, decisa in qualche modo a scoprire la verità su quanto accaduto per mettere fine al proprio dolore.

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In piena opposizione a lei troviamo il rigoroso capo della polizia Willoughby (un sempre incredibile Woody Harrelson), la cui colpa maggiore sta nel voler evitare di provocare dolore al prossimo. A metà tra questi due personaggi troviamo Dixon (Sam Rockwell), adulto solo in apparenza che porta dentro sé tutte le contraddizioni di una vita passata a Ebbing. Mentre Mildred e Willoughby, hanno un chiaro percorso segnato dal dolore subito e provocato, Dixon vive di istinti e vertigini incontrollabili. Egli cerca la propria identità costruendola partendo da ciò che lo circonda, divenendo catalizzatore di una cultura per lo più rozza e razzista, che non concede troppo spazio alle parole, preferendo l’azione grezza all’uso dell’intelligenza (prima si uccide e poi si ragiona se fosse giusto o meno farlo). Sarà proprio quando perderà tutto ciò in cui crede che riuscirà a formare il proprio carattere.

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Solamente in quel momento inizierà a essere l’uomo celato dentro sé in attesa di mostrarsi agli altri, riportando la speranza in un mondo in cui non sembra esserci possibilità di redenzione alcuna, riuscendo finalmente a far elaborare il dolore a Mildred e comprendendolo lui stesso per la prima volta. Ed era forse proprio la speranza l’unica cosa che mancava nel paese immerso nel verde di Ebbing. E mentre i titoli di coda inizieranno a scorrere l’idea è che ci sia veramente la possibilità di andare oltre l’odio, in uno spazio in cui si è ancora in tempo per scherzare e commuoversi e credere in un futuro ancora da vivere.

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri
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