SHORTBUS – Sesso a misura newyorkese

La seconda prova alla macchina presa di John Cameron Mitchell (Hedwig) è un turbine di colore ed istinti, un carrozzone dove tutto è possibile perché voluto. L’obbiettivo fa una panoramica sulla statua della libertà, simbolo della città di New York, per poi volare lieve sulla moltitudine di case che appaiono ai nostri occhi come irreali divenenendo successivamente tangibili una volta che l’immagine si trasforma a misura d’uomo ed entra nella vita di alcuni suoi cittadini, a quel punto noi ci ritroviamo nel pieno di un racconto senza un vero inizio e senza una vera fine. Una coppia gay, una ragazza in lotta con se stessa, ed una coppia etero se in comune non hanno nulla, ad unirli e intrecciarli trovano lo SHORTBUS, un locale frequentato da persone alla ricerca di un appagamento emotivo. Nella New York che si è sentita viva dopo aver provato la paura dell’11 Settembre, questa ha creato un punto di rottura nella quotidianietà della sua popolazione insensibile a tutto fino a quel momento. Alcuni abitanti stanno ancora andando alla ricerca di se stessi, dopo quel terribile giorno tutte le sensazioni e i sentimenti non sono più uguali, la distinzione tra bianco e nero è più labile, la paura è l’unica cosa divenuta certa. Nello SHORTBUS ci sono individui alla ricerca di sensazioni diverse ma pure come la paura di quel giorno, non vanno a caccia di una chiave/motivo per vivere in quanto sono tutti coscienti di non essere morti, ma l’esplorazione è puntata sulla rotta che li porti a sentimenti ed emozioni di colori completamente diversi. John Cameron Mitchell rimane in superficie e su questa aggiunge tasselli grotteschi, divertenti e kitsch; nel suo film non esiste una linea di confine tra gay ed etero, tutto è legato dal e al sesso, ed agli istinti scatenanti il rapporto carnale. I sentimenti tutti li conoscono ma devono essere ritrovati, riscoperti, ed ecco che una terapista del sesso decide di andare alla ricerca di un orgasmo mai avuto, una ragazza squillo vuole ritrovare quello che le è stato strappato in giovane età, ed un ragazzo gay si ritrova a domandarsi cosa effettivamente sia l’amore. Il bisogno di collettività ha portato alla perdita d’identità da parte del singolo, questo in una New York che si sente fallita come il suo ex sindaco che per questo motivo piange addosso ai suoi “figli”. Colori e musiche, feste e solitudini si sommano fino a portare tutti verso un corto circuito dei sensi, da cui poter finalmente ripartire non più esplorando qualcosa ma con la coscienza di aver finalmente trovato quello che cercavano. Lieve e veloce SHORTBUS non passa inosservato, tra colori e musiche resta però il rimpianto di una pellicola godibile appieno solo dagli abitanti di una New York che, almeno nel film, finalmente rinasce grazie a tutte quelle persone che prima rinnegava. Noi europei  rimaniamo spettatori di una situazione mai nostra, siamo staccati ed in un certo senso ci ritroviamo ad essere come la macchina da presa che volteggia sulla città osservando tutto ma allo stesso tempo rimanendo insensibili al racconto.

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SHORTBUS – Sesso a misura newyorkese
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6.7
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  1. La distribuzione di questo film é stata scandalosa! In certe sale lo hanno passato solo verso tarda sera. Eppure é finito a Cannes e avrà voluto dire ben qualcosa, o no?
    Tristezza.
    Byez

  2. il film ha frasi fenomenali tipo” prima voleva cambiare il mondo. ora mi basta uscire da una stanza con dignità” e per il resto condivido la tua analisi. Trovo però scandaloso che di fronte alle ignominie quotidiane del nostro paese qualcuno pensi di censurare “shortbus”

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