La cura dal benessere

Lockhart un giovane broker finanziario di successo viene costretto dai propri superiori ad andare a recuperare il socio di maggioranza della società, tale Pembroke, il quale ha deciso di non tornare più dal proprio periodo di ferie, rimanendo in un centro benessere situato nelle Alpi Svizzere. Giunto sul luogo Lockhart (Dane DeHaan), inizialmente rimane spiazzato dalla casa di cura gestita dal dottor Volmer (Jason Isaacs), diventerà egli stesso un paziente a seguito di un incidente automobilistico. Molto presto il giovane broker si troverà a fronteggiare le proprie paure e i misteri legati al passato di quel luogo da cui sembra impossibile uscire e dove l’allucinazione si mescola con la realtà.

Ad un certo punto ne “La cura dal benessere”, è presente una sequenza in cui il protagonista entra in un bagno turco, tra i vapori e la nebbia umida smarrisce ogni punto di riferimento. Dove si ricordava una porta adesso si trova un muro, inizierà così a girare fino a ritrovare l’orientamento perduto, ma questo lo porterà comunque in un’altro punto che prima ignorava. Questa scena è forse il miglior modo per comprendere il film di Verbinski, perché proprio come quelle stanze che sembrano cambiare continuamente posizione, la pellicola è un assieme di molti generi (ma non lo sono quasi tutte le opere del regista?), che ha come scopo far smarrire completamente lo sguardo da qualsiasi contatto con il reale. Il miglior modo per decifrare il racconto sta nel arrendersi ad esso e perdersi al suo interno proprio come Lockart nel bagno turco, non cercando più di comprendere quale genere di film effettivamente sia o tentare di relazione quanto sta avvenendo con quello appena accaduto.

Thriller, racconto gotico, fiaba nera, horror, tutto questo è “La cura dal benessere”, ma allo stesso tempo non appartiene unicamente ad uno di questi generi, perché nessuna delle tematiche viene mai portata alla sua estrema conseguenza, ma troncata poco prima creando un senso di straniante incomprensione nei confronti dell’opera. Ma se il racconto non è realmente riuscito, a renderlo affascinante arriva la messa in scena di Verbinski, che dona a questo una potenza visiva che riesce a non anestetizzare lo sguardo per tutta la pachidermica durata. La tensione è sempre presente, ma non sfocia mai nel momento che sembra costruito per regalarle il massimo potenziale, anzi questo viene quasi sempre disatteso dilatando il tempo quasi a portare la vicenda al limite della propria implosione/sopportazione, solo quando il peso della vicenda sembra insostenibile allora tutto viene rimescolato il tutto.

“La cura del benessere” è un film che inizia almeno cinque volte, sempre in modo diverso dopo l’incipit  in cui vediamo un impiegato morire in preda ad un infarto nel suo ufficio. Ad ogni avvio coincide un ramo del racconto diverso per ritmo e tenore narrativo. Imperfetto e affascinante, inconcludente ma visivamente splendido, la pellicola è un incubo cinematografico che potrà non piacere, ma ha l’enorme qualità di avventurarsi su strade perdute, senza possibilità di ritorno che ricordano quanto può essere affascinante l’imperfezione in un film che non si preoccupa di sfociare in una delirante anarchia, piuttosto di incasellare ogni tassello della trama. “La cura del benessere” non è un film coerente, ma è sicuramente una tra le più affascinanti “anomalie” che il nostro sguardo ha la possibilità di ammirare, in questo periodo preciso periodo in cui l’industria cinematografica è molto attena alla coesione e alla dilatazione episodica del racconto.

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La cura dal benessere
6.9
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