Waterworld

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Waterworld – Il kolossal acquatico tra flop annunciato e cult immortale

Diretto da Kevin Reynolds e interpretato da Kevin Costner, Waterworld è sicuramente uno di quei film che ha segnato la mia infanzia e contribuito a plasmare la mia passione sfrenata per il cinema. C’è stato un punto di non ritorno negli anni Novanta per il blockbuster hollywoodiano, e ha un nome ben preciso: Jurassic Park. Il film di Spielberg ha aperto la porta al mondo della computer grafica, ma anche alle produzioni multimilionarie.

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In quegli anni la Universal Pictures era sulla cresta dell’onda e, dopo il successo planetario della pellicola a base di dinosauri, cercava ogni anno di proporre qualcosa di altrettanto maestoso e capace di attirare anche il pubblico più restio a certi prodotti. Giusto per fare una carrellata: stiamo parlando di titoli come I Flintstones, Apollo 13, Twister, Dragonheart, La Mummia e anche il nostro Waterworld. Certo, non tutti sono film memorabili — alcuni nemmeno hanno riscosso il successo sperato — ma molti, nel bene o nel male, sono rimasti impressi negli occhi di intere generazioni cinefile.

Waterworld

Dal canto mio posso dire che Waterworld appartiene a quei titoli che ho visto nell’estinto cinema di paese con mio padre: una sala enorme che fungeva anche da teatro, in anni in cui si poteva entrare anche a metà film e rimanere fino allo spettacolo successivo. Proprio roba d’altri tempi. Anni in cui non eravamo bombardati da notizie provenienti dai set o da voci di corridoio martellanti.

Tutto si giocava sui materiali promozionali che le riviste di cinema pubblicavano di mese in mese, come ad esempio le visite sul set del giornalista “X” o l’intervista al regista sulla lavorazione di “Y”, e roba del genere. Trent’anni fa, eppure sembra qualcosa di assolutamente remoto, un periodo mitologico in cui si fantasticava davanti a un trailer o al ritaglio di un giornale.

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Ma veniamo a Waterworld, il film che per anni ha portato su di sé la stigmate del flop più grande di sempre al botteghino, a causa del suo essere — all’epoca — il film più costoso mai realizzato. Non un bel biglietto da visita, quindi. Eppure il film di Reynolds è tutt’altro che una schifezza. Certo, è imperfetto, porta in dote vistosi cali di ritmo e vuoti narrativi, ma regala anche uno scenario affascinante e delle sequenze d’azione che, ancora oggi, risultano spettacolari nella loro messa in scena.

Waterworld racconta di un futuro in cui il cambiamento climatico ha portato allo scioglimento delle calotte polari, trasformando il globo terrestre in un’immensa distesa d’acqua. I sopravvissuti sono tornati a uno stato tribale, dove ogni comunità pensa alla propria prosperità e continuità. Qui vive il marinaio (Costner), un uomo geneticamente mutato che commercia in vecchi oggetti delle civiltà passate.

Un giorno, all’arrivo in un atollo per vendere la propria mercanzia, si ritroverà a salvare la giovane Enola (Tina Majorino) e la donna che le fa da madre, Helen (Jeanne Tripplehorn), da un gruppo di pirati intenzionati a rapire la ragazzina. L’interesse di questi per la fanciulla è dovuto a una mappa che ha tatuata sulla schiena e che indica la rotta per Dryland, l’ultima e leggendaria terra emersa. Inizierà così un viaggio alla ricerca di questo luogo “impossibile”, che li vedrà però costretti anche ad affrontare i pirati capitanati dal Diacono (Dennis Hopper).

Volendo metterla giù semplice e lineare, Waterworld è un Mad Max ambientato sull’acqua invece che nel deserto — ma l’avrete già letto uno sproposito di volte, e quindi non sono qui per imbattermi nuovamente in questa strada conosciuta. In realtà, a parte la condivisione di un futuro post-apocalittico come sfondo degli eventi, i due film hanno meno punti di contatto di quanto ci si aspetterebbe, perché alla base le tematiche differiscono enormemente.

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Mentre i film di Miller sono racconti basati sulla violenza e la distruzione, alla base di Waterworld c’è una tematica ambientalista che getta una luce completamente diversa sul racconto e sui personaggi. Se in Mad Max il motore degli eventi è la vendetta, nel film di Reynolds la spinta propulsiva è data dalla speranza. Speranza di trovare un posto in cui vivere e sentirsi nuovamente parte di una civiltà; speranza di tornare ad essere liberi e non solo sopravvissuti.

Sembra una differenza minima, ma offre una lettura molto diversa delle azioni dei personaggi, soprattutto del protagonista: il marinaio interpretato da Kevin Costner, le cui scelte e il cui stile di vita non sono il frutto di un trauma, ma il risultato di una società che lo ha reso ciò che è.

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Per il resto, Waterworld è un carrozzone gigantesco: un film in cui gli stunt sono eseguiti davvero sul set e la CGI serve solo come supporto visivo, senza mai diventare uno strumento narrativo o un mezzo per costruire l’ambiente. Nei suoi 135 minuti Reynolds, in più di un’occasione, perde le redini della storia e finisce per sfilacciare una narrazione che già di suo fatica a mantenere una certa compattezza. Il risultato è che Waterworld sembra mancare del giusto “collante” capace di mantenere vivo l’interesse tra un momento d’azione e l’altro. Il che è paradossale, visto che l’ambientazione ha un fascino tale da permettere la proliferazione di mitologie di ogni tipo.

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A trent’anni dall’uscita, Waterworld stesso è ormai diventato una leggenda. Online si trovano miriadi di articoli che raccontano i retroscena: dai set distrutti dal maltempo (vi ricordo che è stato girato in mare aperto), fino ai dissidi tra Costner e Reynolds, che portarono quest’ultimo ad abbandonare il progetto poco prima del termine, costringendo il protagonista a completare riprese e montaggio.

Insomma, Waterworld è un film-mostro a cui è difficile non voler bene: perché, pur con tutti i suoi problemi in bella mostra, rimane uno spettacolo unico. Un blockbuster d’azione e fantascienza ambientato in un mondo affascinante, e che oggi — più di ieri — fa riflettere su un futuro lontano, ma non impossibile.

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