The Hateful Eight

The Hateful Eight – La fine

Una bufera di neve, un autentico inferno bianco costringe otto estranei a rifugiarsi nel emporio di Minnie, unico via di scampo da morte certa. Tra questi ci sono John Ruth detto “Il Boia”, un cacciatore di taglie che sta portando un’assassina di nome Daisy Domergue al patibolo. Assieme a loro due in questo capanno nel bel mezzo del nulla arrivano anche il maggiore Marquis Warren e Chris Mannix futuro sceriffo entrambi incontrati sulla strada che porta alla città di Red Rock. Gli altri avventori dell’emporio anch’essi sconosciuti tra loro sono un messicano, un ex generale suddista, il boia del vicino paese e un mandriano. Le loro vite s’incroceranno facendo emergere segreti che le uniscono tutte tra loro, ma soprattutto all’assassina Domergue. “The Hateful Eight” film completamente orizzontale fin dal formato di ripresa scelto, segna un cambiamento nel cinema di Quentin Tarantino, quasi una linea che separa tutto quello che è stato da quello sarà (un cinema sempre più politico e meno exploitation?).

La necessità del cineasta sembra essere quella di ripartire da uno spazio ben conosciuto già esplorato in passato (Le Iene), una stanza dove inserire tutti i suoi personaggi e che renda il confronto tra questi sempre più serrato. Il regista dentro questo contenitore cementifica le proprie ossessioni che di riflesso sono quelle che il suo pubblico ha imparato ad amare nel tempo. In quel piccolo spazio delimitato da quattro mura ritroviamo la ricerca estetica dei costumi, i dettagli dedicati agli oggetti, l’omaggio ai spaghetti western di Leone, i dialoghi taglienti come rasoi e la violenza grottesca che ormai non ha più abbandonato da “Death Proof”, l’azione in primo piano e l’importanza del secondo. Ma fuori da questa capanna imperversa una tempesta, elemento incontrollabile che modifica tutto quello che incontra fin dai titoli di testa, in quella lunghissima sequenza in cui una croce sovrasta l’intero fotogramma essa inizia a dilatare i tempi, cullata dallo splendido tema musicale di Morricone comprendiamo come la velocità della narrazione sia cambiata, il fuoricampo assume una vera e propria identità e rappresenta un pericolo impalpabile, un cambiamento impossibile da arrestare.

Un gruppo di attori “enormi” riuniti come non si vedeva da tempo, si muovono in un cinema avente estetica autoreferenziale che serve solamente a nascondere l’abbandono della centralità dell’azione (che passa in secondo piano), per mettere al suo posto il testo, il racconto, questo fa si che per la prima volta il fuoricampo diventi strategicamente importante, vero asse su cui fondare l’inganno ai danno dello sguardo. Otto personaggi, otto entità diverse che rappresentano i mondi/identità che il cineasta ha già attraversato, strade sulle quali non vi è più necessità di ritorno, ma solamente l’obbligo di un ricordo, omaggio. L’intreccio diviene ancor più importante e una voce narrante facente funzione di narratore/testimone, spiazza il racconto, ne tira le fila nel momento più importante, nell’attimo prima della svolta che darò inizio all’annullamento delle icone, degli elementi che da sempre hanno contraddistinto il cinema del cineasta, con un piacere grottesco e del tutto personale nel farlo (il sangue non mancherà di scorrere anche in questa pellicola).

“Non un avvertimento, non una domanda. Una pallottola!” esclama il maggiore Marquis Warren quando decide di prendere le redini della situazione che sta degenerando, ma è troppo tardi, egli che vive e respira all’interno dell’emporio di Minnie non può sapere che il conto alla rovescia verso la fine, verso l’annientamento del corpo cinema tarantiniano che egli rappresenta nella sua totalità è già iniziato, forse fin dai titoli di testa, bastava solamente non rimanere affascinati dal contorno.

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