ZODIAC

ZODIAC – Un fantasma carnale

Dopo cinque anni di inattività dal suo ultimo film “Panic Room” il regista co-fondatore della “Propaganda Films” David Fincher ritorna in grande spolvero con quello che è considerabile il suo prodotto più ambizioso. “Zodiac” è un film/cronaca che ritrae una parte della vita di Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal), un vignettista del “San Francisco Chronicle” il quale fu assieme ad altre persone, tra cui un collega ed un poliziotto, ossessionato dal mistero celato sulla risoluzione del caso che da nome al film. “Zodiac” è stato un serial killer che tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta terrorizzo la popolazione americana in seguito ad una catena di delitti ai quali la polizia non riuscì mai a venire a capo. L’omicida si prese gioco dei media e dei corpi dello stato per tutto il tempo della sua attività, annunciando i sui delitti e moventi tramite un codice cifrato il quale veniva di volta in volta pubblicato sui giornali. Ad oggi non è mai stato possibile scoprire la sua vera identità, come impossibile fu creare uno schema comportamentale che desse una logica alla catena di omicidi da esso compiuti.

“Zodiac” porta sullo schermo l’omonimo libro scritto da Robert Graysmith in persona, ma lo fa in un modo del tutto inaspettato, perché volenti o nolenti non si sarebbe mai immaginato che Fincher costruisse un film simile a i “Tutti gli uomini del presidente”, al contrario è più lecito entrare in sala credendo di apprestarsi a vedere un altro thriller sofisticato e voyeuristico come il suo precedente “Se7en”. Il regista di Denver segna con questa ultima pellicola un decisivo passo avanti nell’esposizione dei contenuti, ma cosa non da meno sembra aver trovato un’equilibrio stilistico visivo dopo quel sottovalutato esercizio di stile che fu “Panic Room” cinque anni fa. “Zodiac” però mostra un Fincher deciso, maturo e ambizioso, a mettergli i bastoni tra le ruote troviamo una sceneggiatura non sempre all’altezza del tema trattato, ma anche alcune scelte non convincenti in fase di montaggio, al contrario tutto il resto della pellicola è perfettamente riuscita.

Un’enorme limite del film sta nel voler focalizzare la sua narrazione esclusivamente sui tre personaggi caduti nell’ossessionante mistero che si cela dietro all’identità del serial killer, questo fa si che ogni cosa con cui questi interagiscono sia perfettamente delineata e comprensibile, sarebbe stato preferibile aggiungere a questo importante merito la descrizione dell’epoca sfruttando eventi socio politici  che non mancavano in quegli anni, ed allo stesso tempo avrebberò aiutato a far comprendere perché l’intera popolazione fu sconvolta. Ma purtroppo non è stato così, la sceneggiatura pecca in questo senso e dopo una prima parte in cui veniamo introdotti in maniera cinica a quanto avverrà dopo, la sensazione di non aver mai tutto sotto controllo si fa sentire sempre più con il proseguire dei minuti. David Finher però mette di suo un’abilità tecnica, che come detto prima, ha piena maturità stilistica ed in alcuni punti regala delle scene veramente indimenticabili.

La bravura del regista americano risiede nell’essere riuscito a portare avanti visivamente un film inchiesta donandogli un’estetica moderna, ma sbalordisce per come riesca a imprimere nella mente dello spettatore il fatto che “Zodiac” più che un killer, più che una persona deviata, divenne in quegli anni un vero e proprio babau moderno. Nella pellicola l’omicida diviene un fantasma carnale presente nella mente dei protagonisti, ma anche in ogni stanza ed angolo di strada, il pericolo può essere ovunque proprio perché non se ne conosce l’origine ed il modus operandi. Tra un’inchiesta di polizia e l’altra, tra minacce di morte e ossessioni personali, il film non tenta di dare identità ad una forma indefinita, a qualcosa avvolto nell’oscurità di un corpo, ma ricostruisce lo spazio mentale di una paura che abbaglia gli occhi e la testa, ma tiene distante il cuore.

Zodiac
ZODIAC
8
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  1. Gran Thriller/non Thriller anche se pecca in alcune parti.
    Nonostante Fincher non abbia superato i livelli di Seven, Fight Club, The Game, dimostra di essere un ottimo regista e davanti a se ha acora molto tempo, per dimostrare altro.
    Byez

  2. Grazie per i complimenti 🙂

    Secondo me non è vero che gli elementi socio politici mancando del tutto. Sono sullo sfondo, la loro presenza più che altro si intuisce anche se non vengono mai esplicitati. E questo, sempre secondo me, deriva dal fatto che Fincher non voleva rimanere ancorato a quel contesto storico, ma voleva usare la storia come metafora delle paranoie contemporanee (terrorismo, pervasività dei mass-media, ecc.).

    Ciaoo Rob

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