Vizio di Forma –  Un film THC

E’ già passato un po’ di tempo dalla visione alla pubblicazione di quanto vi accingete a leggere (tra l’altro creato in due momenti completamente differenti, quindi sarà sicuramente poco coeso). Una cosa è rimasta scolpita nei miei pensieri, ossia l’approccio alla pellicola da parte dei miei compagni di visione. Devo ammettere che questa nuova pellicola di Anderson sa essere enormemente “bastarda”, la dilatazione/sospensione del tempo e la miriade di personaggi di cui il film è costellato, rende sicuramente ostica la visione, ma in realtà quello che “Vizio di Forma” richiede è solamente una buona attenzione nei confronti del racconto. Ma tornando ai miei colleghi di scorribande cinematografiche, durante la visione uno è rimasto sopraffatto dagli eventi narrati decidendo di trascorrere il secondo tempo tra le braccia di Morfeo. Il secondo quando si sono accese le luci era praticamente ubriaco dalla mole di eventi e personaggi con cui il film lo ha travolto (tra l’altro Anderson vi tratta come persone dotate di buon intelletto lasciandovi seguire la storia senza spiegarvi mille volte cosa succede e perchè). L’aspetto più interessante di questi due diversi approcci al film tratto dal libro di Pynchon, è che se il primo ha bocciato la pellicola praticamente subito mettendosi così a dormire in santa pace, l’altro ha iniziato a macinare su quello che ha visto al punto da volerlo rivedere nel salotto di casa una volta che ne avrà l’occasione, egli ha trovato il suo “film tarlo”.

Film Tarlo: è quella pellicola che non ha entusiasmato a visione completata, ma rimane nella mente fino al punto da doverla rivedere, perché c’è qualcosa che sfugge alla nostra comprensione e vogliamo scovarla.

Doc Sportello si ritrova sempre in situazioni incredibili

“Vizio di forma” è proprio il classico film che difficilmente può lasciare indifferenti, ma a cui nemmeno si può dare un giudizio “democristiano”. La pellicola del regista de “Il Petroliere” o si ama alla follia o si odia come pochi, perché dipinge un mondo in cui si è costretti a decidere se entrarci abbandonandosi allo stesso, oppure rimanere completamente esterno e refrattario a tutto quello che accade. E’ solamente una questione di tempo e scelta di campo, magari alla prima visione ne affiancherete un’altra ma prima o poi deciderete pure voi se odiarlo o meno.

Ci sta pure una versione hippie de l’ultima cena

Il cinema di Paul Thomas Anderson è di pellicola in pellicola sempre più una macchina del tempo che riscopre l’America dimenticata. Probabilmente il più post moderno degli autori (uno dei pochi rimasti) che il cinema statunitense possa annoverare, in questo suo ultimo film viene fugato ogni dubbio su come il modello Altman si sia fuso con quello scorsesiano, legando in modo indissolubile estetica, narrazione e intimità. “Vizio di forma” conferma il sodalizio tra il cineasta e Joaquin Phoenix, attore che incarna perfettamente con il suo corpo il trasformismo continuo dell’opera visiva – sarebbe stato lo stesso Doc Sportello senza “I’m still here”? Domanda a cui vi lascio rispondere – in continuo mutamento, noncurante delle conseguenze, proprio perché fermarsi per ragionare sull’azione inevitabilmente porta alla morte della stessa, quindi del racconto.

Voglio pure io un avvocato simile!

“Vizio di forma” riporta gli anni ’70 ancora una volta nel cinema di Anderson, ma il punto di vista non è più quello delle feste di “Boogie Nights”, siamo lontani dagli eccessi di quella pellicola (il che segna anche un nuovo approccio del regista al cinema), qui si lavora di cesello per escludere tutto quello che potrebbe distrarre lo sguardo riportandolo alla realtà, si perché in questa bizzarra avventura investigativa la prima cosa a trasformarsi in materia d’indagine è l’immagine stessa, nel suo contaminare il “reale” con visioni drogate delle azioni. Anderson questa volta sfida la sopportazione dello sguardo, portando al limite massimo ogni cosa inserisce nella storia, al punto che l’unica maniera per godere dello spettacolo è accettarlo prima di comprenderlo. E’ una ambizione inutile voler vivisezionare la storia in ogni dettaglio alla prima visione, “Vizio di forma” obbliga la revisione da parte dello spettatore, perché l’indagine di chi osserva l’opera è complessa molto di più di quella compiuta dal protagonista dell’avventura. In questa allucinatoria visione degli anni ’70 è obbligatorio decidere da quale parte stare, c’è una duplice visione del mondo, quella anarchica di Sportello e quella rispettosa delle regole e dei dogmi racchiusi nel personaggio interpretato da Josh Brolin, Bigfoot.

L’implacabile tutore della legge Bigfoot

Forse però la vera magia non sta tanto nella comprensione del racconto ma in quei momenti in cui questo viene sospeso per abbandonarsi al potere evocativo delle immagini, forse “Vizio di Forma” è il miglior film di quest’anno o forse il peggior salto ne buio compiuto da Paul Thomas Anderson.

7.6
10
Buono

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