The terminal

The terminal – Sai cosa Spielberg regalò allo spettatore?

Paese che vai usanze che trovi; ecco il primo pensiero che il signor Viktor Navorski (Tom Hanks) deve aver formulato dopo un paio di giorni passati a vivere nell’aereoporto JFK di New York. Lui abitante della repubblica di Krakozhia, che in seguito a un colpo di stato si ritrova senza governo, rimane privo di patria, quindi cittadino del nulla per il governo degli Stai Uniti con l’impossibilità di toccare il suolo americano o di ritornare a casa.

The Terminal

Vittima di una falla legislativa, rimane imprigionato nell’unico posto dove un essere umano nelle sue condizioni può stare, ossia nella zona franca dell’aeroporto. Inizia così la necessità di cambiare stile di vita per adattarli alle possibilità offerte dal terminal, ecco quindi che il signor Navorski inizierà ad inventarsi lavori per poter recuperare del cibo, comincerà a stringere rapporti d’amicizia con i dipendenti extracomunitari e paradossalmente rifiuterà i falsi aiuti del funzionario dell’immigrazione Dixon (Stanley Tucci) che dopo averlo costretto a rimanere bloccato nel terminal cercherà in tutti i modi di farlo uscire per non averlo più tra i piedi.

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Il tempo passa e grazie alle sue imprese Viktor viene accettato da tutti come una vera e propria identità all’interno di questo mondo, fino all’incontro con Amelia hostess che troverà in lui quello che ha sempre desiderato. Spielberg deve averci preso gusto con la commedia per dirigerne due di seguito nel giro di due anni, se con lo splendido “Prova a prendermi” ci aveva insegnato che l’abito fa il monaco, con “The Terminal”ci insegna l’esatto contrario. Attraverso gli occhi di Viktor Navorski viviamo una fiaba romantica, intima, dalla morale semplice ma assolutamente non banale: ognuno di noi ha una propria identità e deve fare di tutto per mantenerla tale nonostante la vita ponga sulla via ostacoli di vario genere.

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Tom Hanks è incredibile, ma non avevamo dubbi a riguardo, nel regalare le espressioni al suo personaggio riversando su di noi gli stati d’animo di un’uomo ritrovatosi a vivere in un mondo estraneo, una pedina apparentemente superflua in una scacchiera che non vuole contenerla. E questa scacchiera è il sistema, il modus operandi dell’America post 11 Settembre, preciso, freddo, organizzato in ogni minimo dettaglio per poi colassare su se stesso di fronte ad un evento non preventivato all’origine. Spielberg, grazie soprattutto all’ottima riuscita del personaggio di Stanley Tucci, è bravissimo nel farci capire questo, punta il dito in una direzione e noi inconsciamente tra una monetina ed una scatola di noccioline apprendiamo in maniera quasi subliminale quello che vuole comunicarci.

The Terminal

Arrivare alla fine del film sarà estremamente piacevole per ogni tipo di spettatore, in più gli affezionati conoscitori del regista troveranno anche in questo caso alcuni dei temi a lui cari come ad esempio l’importanza della famiglia. “The Terminal” però non è perfetto e sicuramente meno riuscito di “Prova a prendermi”, nonostante il ritmo sia sempre ben dosato alcune parti purtroppo hanno il sapore di già visto, ma queste sono veramente poche merito di una regia che sa comunque proporle in un modo personale. Altro punto a sfavore sono sicuramente le musiche, compiono perfettamente il loro lavoro ma il più delle volte non ci si accorge nemmeno della loro presenza.

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Dove invece il pollice va alzato senza nessun remore è sulla bellissima fotografia di Jansuz Kaminski, il quale dona dei bellissimi colori pastello che si sposano benissimo con il clima generale del film. Cosa regala quindi Spielberg allo spettatore? Una fiaba che va vista senza pensare troppo, anzi più si terrà libera la mente più ci si accorgerà di quanto anche questa volta, lo spettacolo sia assicurato.

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