The Shutter

Shutter – La maledizione più potente è l’amore.

E’ superfluo dire ancora una volta che il genere horror ha avuto il suo exploit negli anni 80. E’ ancor più inutile ricordare che grazie all’esportazione dei fantasmi asiatici, il cinema ha proposto un nuovo tipo di “spavento” Quindi evitando queste due cose importanti, ma fin troppo risapute, partiamo subito dicendo che questo “Shutter” è un film che mescola i punti soprascritti e li sfrutta fino allo spasimo. Due fidanzati tornando a casa da una festa investono una donna, colpiti dalla paura scappano abbandonando il corpo in mezzo alla strada. Da li a un paio di giorni iniziano ad avere incubi e visioni, che con lo scorrere del tempo diventano sempre più reali fino a costringerli a scoprire cosa è successo quella sera dopo l’incidente, così scopriranno che quella che sembrava una semplice ombra su una foto in realtà è un fantasma che li perseguita. Opera prima di due registi Thailnadesi, “Shutter” prende una storia già ampiamente vista, la intelaia su di una struttura narrativa stile “Il Sesto Senso”, le conferiscono le atmosfere visive viste in film come “Dark Water”, ma poi gestiscono il tutto senza adagiarsi su altrui idee già proposte e non contenti, condiscono il tutto con un gusto retro che fa da collante perfetto al gustoso patchwork narrativo-visivo.

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Copyright by production studio and/or distributor. Intended for editorial use only.

Il film non perde tempo e dopo i primi minuti in cui l’introduzione alla storia ed ai personaggi, non regala la minima emozione ne speranza di elevarsi da una mediocrità non indifferente, si rimane di ghiaccio, anche di fatto, nel vedere come i due registi alla prima apparizione del fantasma riescono in poco tempo ad innalzare la tensione portandola a livelli estremamente alti. Ma se già questo basta ad elevare per bene il film sopra la sufficienza, constatare che riescono a mantenere lo spettatore con i nervi tesi per tutta la durata del film, portandolo addirittura allo spasimo in alcuni punti, non possiamo che rimanere estasiati alla fine quando tirando le somme capiamo di aver assistito ad uno dei migliori film del terrore di questi ultimi anni. Se si analizza il film a compartimenti stagni, ne esce un profilo non dei migliori, anzi potremmo dire che tutto si ripete e anche i fantasmi provenienti dall’Asia ormai hanno finito il loro ciclo e stanno ripartendo da zero. Fortunatamente non siamo così ottusi da fermarci ad una banale analisi, ma osserviamo tutto nella sua globalità. La storia come detto prima non è nulla di particolarmente originale, qui gli spiriti non sono dentro una videocassetta, non sono abitanti di una casa, ma si manifestano nelle foto scattate dai protagonisti.

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Questa volta però la parte soprannaturale non è solo la canonica anima in pena portatrice di morte, ma rappresenta il passato che ritorna e l’unico modo a volte per vedere ciò che noi stessi neghiamo, è attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica che non riprende la realtà plasmata dalla mente a nostro uso e consumo, ma invece ritrae la sua concezione del tangibile quotidiano. In quanto oggetto una pellicola di celluloide è priva di sentimenti, i quali possono portare l’uomo a rimuovere parti del proprio animo, della personale memoria, il mondo visto attraverso l’otturatore di una macchina fotografica per quanto possa apparire dissimile dal reale, non avrà mai nulla che non sia veritiero, non potrà mai mai avere parti omesse dall’uomo a proprio piacimento. Ma se il sottotesto è ricco di simbolismi più o meno velati messi per elevare la qualità narrativa (bellissimo il rimando all’accoppiamento della mantide religiosa che diviene liet motiv della pellicola, come pure il concetto della camera oscura che diventa la camera in cui l’inconfessabile prende forma) ed aiutare lo spettatore ad immedesimarsi negli eventi, una delle cose più riuscite ad opera dei due registi sta nello sfruttamento dei classici cliché, in modo ottimale ma soprattutto personale. Ecco quindi una pellicola dominata da colori freddi che trova nel rosso del sangue e della camera oscura l’unica fonte di calore, ma si rimane rapiti in molte volte dallo sfruttamento delle inquadrature, la macchina da presa rimane fissa in un punto e ci regala dettagli per snodare l’intreccio finale, ma pur avendoli davanti agli occhi non riusciamo ad afferrarli grazie alla tensione infusa in ogni fotogramma, la quale rende quasi impossibile non subire gli eventi. In un panorama che ricicla se stesso, qualcuno riesce a creare qualcosa lontano dai canoni classici riproponendoli gli stessi in modo personale che dona al genere un brio di freschezza, “Shutter” è stato costruito affinando le qualità degli horror di questi ultimi anni, non facendo però pesare questo sullo spettatore che si ritrova così con un serio candidato a film dell’anno per quanto riguarda il genere a cui appartiene.

Shutter
The Shutter
In breve
“Shutter” è stato costruito affinando le qualità degli horror di questi ultimi anni, non facendo però pesare questo sullo spettatore che si ritrova così con un serio candidato a film dell’anno per quanto riguarda il genere a cui appartiene.
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6.5
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