The Night House – La casa oscura

David Bruckner regista americano di genere, approda con questo “La casa oscura” nell’horror più “commerciale”, se con questo viene inteso una produzione finanziata da una major e interpretata da almeno un interprete “illustre”. In questo caso a produrre la pellicola del cineasta a cui si devono opere dal buon potenziale come “Southbound” o “Il Rituale”, traviamo la 20th Century Fox. Mentre nel ruolo di protagonista c’è Rebecca Hall, che oltre a portare il peso dell’intera operazione sulle proprie spalle, produce anche il progetto.

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“La casa oscura” inizia con una morte da affrontare, quella di Owen, architetto marito di Beth (Rebecca Hall). I due vivevano una vita da sogno in un delizioso cottage in riva ad un fiume, fino al giorno in cui Owen non si uccide con un colpo di pistola alla testa. Beth vede crollare ogni certezza attorno a sé, nonostante l’aiuto delle sue amiche, solo lei può affrontare il dolore della perdita. Il giorno che inizia a disfarsi degli effetti personali del marito, Beth inizia a scoprire la verità che si nasconde dietro al suicidio di questo. Più cercherà di fare luce sul tragico evento e maggiormente si ritroverà a dover affrontare anche il proprio personale passato.

A fine visione rimane l’impressione di aver visto l’ennesimo one girl show di Rebecca Hall, piuttosto di un horror dalle forti tinte psicologiche. Se questo è o non è un problema dipende tutto da chi lo guarda, sta di fatto che “La casa oscura” è più trascurabile che interessante.

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Ancora una volta un film horror che ragiona sulla perdita e lo fa attraverso una casa, luogo che nell’immaginario collettivo trasmette sicurezza, ma che nella pellicola si trasforma lentamente in una prigione di traumi, psicosi e, soprattutto, di presenze spiritiche. David Bruckner scrive e dirige un film che funziona, nonostante la quasi totale assenza di personalità della messa in scena, ma anche della scrittura. “La casa oscura” è un titolo creato attorno alla sua interprete, che sembra saperlo al punto che la sua interpretazione scandisce i tempi narrativi.

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Quando il personaggio di Beth inizia ad avere panico o ansia il ritmo accelera, mentre rallenta vistosamente quando si sofferma a riflettere sulla vita vissuta con il marito. Il regista statunitense lavora di cesello attorno alla sua interprete e ottiene così un film in cui l’atmosfera è più importante dello spavento. A fine visione però rimane l’impressione di aver visto l’ennesimo one girl show di Rebecca Hall, piuttosto di un horror dalle forti tinte psicologiche. Se questo è o non è un problema dipende tutto da chi lo guarda, sta di fatto che “La casa oscura” è più trascurabile che interessante.

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