Stigmate

Stigmate: Tra Miracoli e Mtv, l’Horror degli Anni ’90

Il regista inglese Rupert Wainwright, con il suo “Stigmate”, ha tentato di portare una ventata di aria fresca nel panorama horror dei tardi anni ’90, scommettendo su una premessa allettante: i vangeli apocrifi. Avrebbe potuto pescare a piene mani dalla teologia, ma ha preferito fare un tuffo nell’ignoto. Il nostro eroe ha deciso di mischiare un classico come “L’esorcista” di William Friedkin con un’atmosfera e uno stile che farebbero girare la testa persino ai video musicali di MTV. Il risultato? Beh, diciamo che è come una pizza con gli ananas: non tutti l’apprezzano, ma ha comunque una sua schiera di cultisti pronti a difenderla.

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“Stigmate” ha le sue pecche evidenti, ma è diventato un po’ il figlioccio strambo del genere horror degli anni ’90, tanto amato quanto contestato. E, a dirla tutta, nonostante le mie riserve personali nei suoi confronti, sia al tempo della sua uscita che rivedendolo nel corso del tempo, mi sono in qualche modo affezionato a questo film. È come quel parente eccentrico che ti mette a disagio, ma non puoi fare a meno di apprezzare la sua stravaganza.

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La trama di “Stigmate” ci introduce alla vita di Frankie, una parrucchiera che vive una vita più movimentata di una rockstar. La svolta arriva quando sua madre, durante una vacanza le manda alcuni souvenir, tra cui un rosario. Non che non mi aspetti che una madre faccia un regalo del genere alla figlia, ma diciamo che il gesto aggiunge un tocco di comicità alla storia visto che la nostra Frankie è atea. Una volta entrata in possesso del rosario, Frankie inizia a sviluppare stigmate sul suo corpo, e l’unico a darle una mano è il prete-scientista Andrew Kiernan (Gabriel Byrne).

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Insomma, “Stigmate” mescola un sacco di temi interessanti, ma li tratta con la stessa leggerezza con cui ci si avventura in un labirinto alla cieca. Wainwright sembra più interessato alla forma che al contenuto, trascurando così un’opportunità d’oro per scavare più a fondo nelle questioni teologiche e drammatiche. Il film è un incrocio tra horror e thriller, ma sembra che si preoccupi più di farci sbalordire con la sua estetica sgargiante che di farci riflettere. Basta guardare i titoli di testa, con le dissolvenze tra simboli religiosi e la vita dissoluta di Frankie, per capire che qui si punta tutto sull’effetto visivo.

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Se al momento della sua uscita, soprattutto qui in Italia, “Stigmate” suscitò scalpore per il suo trattare di miracoli e segni divini, oggi risulta interessante proprio come oggetto cinematografico. Rappresenta un esempio estremo dell’estetica dell’epoca applicata al genere horror. Questo si manifesta in ogni dettaglio, dalla saturazione dei colori alla spettacolarizzazione del dolore, fino agli scenari che sembrano usciti direttamente da un videoclip musicale di quegli anni (basta guardare l’appartamento della protagonista per capire a cosa mi riferisco). E non dimentichiamoci del montaggio, frenetico come quello di un film d’azione nei momenti di maggiore spettacolarità e comunque irrequieto anche nei momenti di relativa calma.

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CONCLUSIONI
"Stigmate" del regista Rupert Wainwright mescola l'horror con l'estetica dei videoclip degli anni '90, seguendo la storia di Frankie, una parrucchiera atea che sviluppa stigmate dopo aver ricevuto un rosario. Un ex scienziato, padre Kiernan, la aiuta, scoprendo segreti sul Cristianesimo. Nonostante gli eccessi stilistici, il film non approfondisce le tematiche, ma rimane affascinante come prodotto cult dell'epoca.
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