Shining

Shining – C’è speranza per l’animo umano?

Le trasposizione di testi famosi o mediamente popolari sono da sempre una cosa abbastanza ordinaria per il mondo cinematografico. Non è un caso quindi che quando un’opera letteraria incontra i favori delle masse, indipendentemente dalla qualità della stessa, l’industria cinematografica tenti di trasportarla sullo schermo. Il vero problema è la scostante qualità di tali adattamenti; il più delle volte infatti, il risultato di queste operazioni è un prodotto mediocre per il pubblico cinematografico, oppure coincide con la creazione di una pellicola indirizzata ai soli fan del libro i quali non vedono l’ora di ammirare sullo schermo quello che prima avevano solo immaginato. Guardando al presente però vediamo trasposizioni ardite come “Il Signore degli Anelli” il quale pur prendendosi delle libertà in fase di sceneggiatura, può fregiarsi di essere una brillante metamorfosi di un mondo letterario in uno visivo. Ma al cinema, incontriamo opere meno coraggiose come “Il Codice Da Vinci” che affossando completamente le aspirazioni immaginifiche proposte dalla macchina cinema, ripropone pedissequamente il testo originale senza sbavatura o invenzione di sorta. Ma quando si parla di “Shining” diretto da Stanley Kubrick (Eyes Wide Shut, Barry Lindon) le cose si complicano notevolmente, in quanto questo non appartiene a nessuno dei casi appena esposti.

Il film parte dal libro omonimo scritto di Stephen King, ma in fase di sceneggiatura il regista e la scrittrice Diane Johnson lo trasformano in un’opera più complessa in termini narrativi, utilizzando solo una parte del libro ed inserendo tutta una serie di elementi psicologici che nel racconto dell’orrore non erano mai stai presi in considerazione, sia dall’opera di partenza molto più fantastica e risolutiva, sia nei film horror realizzati fino a quegli anni. Per la prima volta il film di genere, in questo caso quello dell’orrore, fa un balzo in avanti trasformandosi da b-movie a film d’autore, risultando per molti superiore addirittura al testo ispiratore. La storia è strutturata come un cerchio che si ripete ciclicamente stringendosi sempre più, fino ad arrivare alla completa catarsi dei vari protagonisti. “Shining” propone la classica storia di possessione demoniaca dell’essere umano, così come la si è vista in molte altre pellicole da “L’esorcista” a “Amytiville”, ma il film di Kubrick si eleva da semplice film di genere grazie ad un approccio al racconto che se spogliato della componente fantastica, ci lascia con una lucida riflessione sulla paura da isolamento con conseguente perdità del controllo, ove la mente dell’uomo soprafatta dagli istinti non riesce più a scindere il bianco dal nero.

Ed ecco il personaggio interpretato da Jack Nicholson, uno scrittore in crisi d’idee che accetta di isolarsi con la famiglia per ristabilire il contatto mancante con essa e cercare di ritrovare l’ispirazione da romanziere che gli manca. Non è un caso che fin dalla prima scena si intuisca nello sguardo di Jack Torrance la presenza di una sorta d’anomalia mentale, descritta nelle immagini tramite le espressioni del viso del personaggio, durante il colloquio lui è freddo forse pure troppo, ma si percepisce comunque una sorta di pazzia. Il figlio Danny invece dotato dello “Shining”, la luccicanza in italiano, riesce a percepire non solo i pericoli mai passati che si annidano nell’hotel, ma anche la pazzia del padre che per quanto repressa ed arginata sta solamente aspettando il momento di uscire, significativo in questo senso è la sua riluttanza a voler trasferirsi una stagione nell’hotel. Ed è l’accettazione del lavoro di custode invernale dell’Overlook Hotel, che romperà ogni freno inibitore del carattere di Jack, svelando ai famigliari la sua vera natura. “Shining” è un racconto dell’orrore classico, troviamo icone del genere come la casa stregata, i fantasmi di un passato da nascondere, fenomeni inspiegabili, ed un mistero di cui il mondo non verrà mai a conoscenza.

Il precedente custode, infatti, aveva ammazzato moglie e figlie con un’accetta, probabilmente a causa dell’isolamento e a quanto sembra, proprio come una geometrica concentrica, il tutto sta per ripetersi, ed è qui che il film si stacca dal romanzo proponendo una lenta ed inesorabile oppressione di una mente debole e compromessa verso la sua parte primordiale. L’amore immenso che Jack prova per la sua famiglia, lo trasformerà in furia distruttiva da scatenare verso la stessa. Il padre lentamente scomparirà lasciando il posto alla bestia omicida che alberga da sempre in lui, ad aiutarlo in questa trasformazione ci penseranno proprio le presenze spettrali dell’Overlook le quali vedendo una mente debole, o a maggior ragione un’animo corrotto, si imporranno sull’uomo con estrema facilità. Solo al raggiungimento completo dell’infermità mentale di Jack riusciamo finalmente a vedere, quasi avessimo pure noi il dono dello “Shining”, come l’albergo sia vivo, proprio come un’essere umano ha braccia, gambe, arterie ed un cervello situato all’esterno in un labirinto in cui si consumerà l’edipico finale del film.

La dimostrazione di come la paura sia insita nell’animo umano è magnificamente resa nell’ultimo fotogramma del film che chiude un cerchio riaprendone inevitabilmente un altro al quale solo il singolo spettatore potrà darvi risposta. Alla fine delle due ore, mentre i titoli di testa iniziano a scorrere nella mente si fa strada la domanda: “Sono gli spettri di un oscuro passato a creare spavento, o l’idea che un signor Torrance qualunque interagisca quotidianamente nella mia vita?” . Questo è “Shining”. Questo è il film horror di Stanley Kubrick.

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