Scary Stories to Tell in the Dark

“Scary stories to tell in the dark” è il classico progetto che mette assieme il meglio di due mondi. Da una parte troviamo Guillermo del Toro che adatta e produce il racconto, dall’altra il regista André Øvredal che con il piccolo e ben congeniato “Autopsy” aveva messo bene in chiaro come si crea un horror con quattro stanze e due bravi attori (quindi ricavando il massimo dal minino). Basta pensare che “Scary stories to tell in the dark” è un racconto d’avventura per ragazzi a tinte squisitamente horror, per accendere curiosità attorno a un simile progetto. Il risultato non è sorprendente come la miscela delle parti in causa farebbe sperare, ma è tutt’altro che trascurabile, se poi si è un adolescente di tredici anni al momento della prima visione, si ha per le mani uno dei primi cult da portare con se per molto tempo.

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Ambientato nella cittadina di Mill Valley (il nome e la pronuncia riporta per forza di cose alla più famosa Hill Valley), nell’anno 1968, “Scary stories to tell in the dark” racconta la storia di un gruppo di ragazzini che rubano un libro da quella che è la casa stregata della città. Storia vuole che abitasse Sarah Bellows, ragazza tenuta segregata dai familiari a causa del suo aspetto. Con il tempo attorno a questa figura si ricamarono racconti di ogni tipo, uno di questi voleva che se entrato nella villa avessi sentito la sua voce raccontarti una storia saresti sparito per sempre.

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Durante la notte di Halloween, mentre alla tv le immagini ci mostrano un paese che sta per apprestarsi a vivere un racconto dell’orrore che non scorderà mai, la guerra del Vietnam, Stella Nicholls e i suoi amici si avventureranno nell staze di villa Bellows uscendo da queste con un libro molto particolare. Le pagine di quest’ultimo si scrivono da sole e raccontano ogni volta la fine di uno di loro. Questo costringerà il gruppo di amici a cercare un modo per sopravvivere alla maledizione di Sarah Bellows. André Øvredal dirige avvalendosi di pochissima computer grafica, una pellicola per ragazzi che non sfrutta l’effetto nostalgia di queste produzioni (che vedono il primo capitolo di “IT” in prima fila nel bene o nel male), ma al contrario sa essere una pellicola di mestiere ben realizzata e dalla forte caratterizzazione visiva.

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La “macchina della tensione” si sposa perfettamente con la componente narrativa e fantastica della vicenda, funzionando a dovere soprattutto nei confronti del pubblico che vuole raggiungere, per lo più adolescenziale. Gli adulti invece, sicuramente più smaliziati, si godranno una più che buona messa in scena di un racconto sicuramente derivato, ma capace comunque di fare riflettere sull’importanza di conoscere la storia e tramandarla nel modo corretto (in anni di fake news questo film diventa un monito, conosci il tuo passato per capire il presente). “Scary stories to tell in the dark” è quindi un piacevole spettacolo da vedere in famiglia, spaventerà o appassionerà, ma di sicuro non riuscirà a rimanere veramente impresso a visione terminata, ma forse questo non era nemmeno il suo fine ultimo.

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