Parasite

Ki-woo vive assieme alla sua famiglia nella periferia di una grande città. Il loro appartamento è in un quartiere popolare e poverissimo. Lui così come il padre, la madre e la sorella sono senza un lavoro stabile e sono costretti a vivere di stenti. Un giorno un suo amico gli offre di sostituirlo come insegnante d’inglese di una ragazzina che abita dall’altra parte della città in una sontuosa villa. Ki-woo dopo la prima lezione riuscirà a farsi assumere e da li inizierà una catena di menzogne che porterà anche il resto della sua famiglia a lavorare alle dipendenze dei Park. Ma quella casa non nasconde solo la loro bugia, ma anche qualche segreto che riaffiorerà con esisti inimmaginabili.

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Bong Joon-ho ritorna in patria realizzando una commedia nera capace di spiazzare e stupire. Forte di una messa in scena al limite della perferzione stilistica, a controbilanciare le bellezza estetica un sottotesto sociale di una ferocia raggelante. Il fim inizia e muore al tempo stesso, ma lo spettacolo è uno dei migliori di sempre.

A visione terminata la prima parola che circola nel cervello per descrivere “Parasite” è “Cinema”. Il film di Bong Joon-ho ha trionfato a Cannes conquistando la palma d’oro e non c’è da stupirsi sui motivi di tale premio. Una volta giunti al termine di questa incredibile storia, si rimane basiti non solo per l’estetica generale della pellicola, ma anche per una messa in scena del racconto così potente da far passare in secondo piano alcune forzature. Abbandonate le coste statunitensi (che comunque non lo ha visto schiacciato dalle esigenze del cinema americano visti i risultati ottenuti), il cineasta coreano torna in patria e riscopre una dimensione più intima e feroce, maggiormente in linea con i precedenti “Memories of Murder” e “Madre” piuttosto che “The Host” o “Snowpiercer”. Quello che lascia completamente spiazzati e pieni di stupore durante la visione di “Parasite” è la capacita con cui diversi generi, anche opposti tra loro, vengono mescolati in maniera coerente formando uno spettacolo non solo dai ritmi perfetti, ma preciso e affilato come una lama di coltello.

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La macchina da presa di Bong Joon-ho si muove sostanzialmente su due diversi set, identici e speculari tra loro, ossia l’appartamento/inferno dei Kim e la villa/paradiso dei Park. Nel suo muoversi attraverso questi due diversi spazi, il regista coreano descrive due dimensioni di vita completamente diverse e attuali, dove l’esasperazione del capitalismo e dell’individualismo nella società ha creato un divario ormai incolmabile tra chi sta sopra e sotto un determinato ceto sociale. Tutto in “Parasite” è speculare e non è un caso che molte vicende accadano con una certa verticalità degli spazi, dai piani più alti della villa dei Park agli scantinati più reconditi dove sono costretti i Kim. Per Bong Joon-ho il parassita del titolo è dettato dal punto di vista con cui lo sguardo si approccerà al racconto e ai personaggi, sia i Kim che i Park sono a loro modo dei parassiti, solo su due punti completamente diversi della bilancia sociale.

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Non è un caso che quindi entrambe le famiglie pagheranno un prezzo salato per questo essere agli opposti, comunque degli opportunisti, che non si fanno scrupoli quando si tratta di anteporre le proprie esigenze personali sopra a qualsiasi cosa. “Parasite” inizia quindi come un dramma dalla forte connotazione socio-politica per poi ribaltare completamente più generi durante il suo svolgimento. Stupisce la grazia con cui il regista coreano riesce a fare questi cambi anche repentini, senza mai lasciare da parte la descrizione di quel contesto sociale che è motore scatenante di ogni evento. In “Parasite” si ride amaramente, si riflette sulla società odierna e si rimane incollati sulla sedia dalla tensione che riesce a portare furiosamente sullo schermo. In una sola parola, il film di Bong Joon-ho è “Cinema”.

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