Oculus – il dualismo dell’orrore

E’ inevitabile, quando una persona guarda e analizza una qualsiasi opera dell’ingegno altrui, questa produce un effetto diverso in quanto filtrata dalle proprie conoscenze della materia. Concetto estremamente semplice, di primaria imoportanza, capace però di definire in modo netto la differenza tra recensore e critico di conseguenza tra recensione e critica . La prima ha una struttara precisa che porta ad una valutazione finale il più possibile obbiettiva. Al contrario la critica è molto più simile ad un foglio di carta bianca, dove l’analisi spazia molto più liberamente la materia, magari incrociandola trasversalmente con tematiche esterne, perché la critica al contrario della recensione, nonostante abbia la medesima finalità (ossia la formulazione di una valutazione), deve essere comprensibile anche da persone con poca conoscenza dell’argomento trattato. Quanto appena scritto diviene fondamentale per analizzare “Oculus” di Mike Flanagan, essenzialmente perché è una pellicola interessante ma allo stesso tempo porta a valutazioni completamente opposte. Il film è un horror che ancora una volta tratta le possessioni “da casa demoniaca” a cui viene sottoposta l’ennesima famiglia medio borghese americana, composta da un padre lavoratore integerrimo, una madre casalinga e due figli orgoglio dei genitori e probabilmente croce dei vicini. Niente di così diverso da “Amytiville” se non fosse che non è l’abitazione a riversare l’orrore sui protagonisti (finalmente), ma uno specchio antico dall’oscuro passato. L’adozione di questa variante permette alla pellicola di elevarsi a livello narrativo, raccontando una storia su più piani temporali, ove nel presente due fratelli sono intenti a fermare l’orrore contenuto nell’oggetto che in passato aveva già distrutto la loro famiglia, il quale però li costringe ad affrontare gli spiacevoli momenti vissuti in quella stessa casa attraverso le memorie che questo contiene al suo interno. Trasformare il portatore del male nell’unico depositario di una realtà da dimenticare piuttosto che rivivere, eleva il film di Flanagan ben al di sopra di quanto il genere ci propone, pur raccontando l’ennesima discesa nella spirale della pazzia subita da adulti reietti a rifiutare di ciò che l’occhio vede. “Oculus” è un riuscitissimo film horror, solido e con un’idea affascinante e utilizzata a dovere. All’inizio di questo scritto ho però puntualizzato come la pellicola possa portare a valutazioni contrastanti, infatti come già asserito, è un titolo di genere originale ed intrigante, ma va considerando che la visione procede senza scossoni o spaventi di alcun tipo (anzi più la storia raggiunge il suo epilogo, risulta pure difficile trattenere la risata di fronte alla completa mancanza della tensione necessaria a sospendere l’incredulità), trasforma “Oculus” in una pellicola godibile attraverso occhi che non hanno mai attraversato l’orrore cinematografico, ancora ignari di cosa si celi dentro la propria stanza 237, che questa volta ha le sembianze di uno specchio dall’opprimente cornice, ma dal misero potere immaginifico.

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Oculus – il dualismo dell’orrore
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