Mortal Kombat

Interessante e cinematograficamente fuori posto allo stesso tempo è questo “Mortal Kombat” diretto da Simon McQuoid. Da un lato propone l’adattamento di un videogioco famoso con un’estetica rispettosa del materiale d’origine, ma dall’altro non nasconde il suo essere un prodotto seriale, pensato in forma episodica che ricorda molto più una serie televisive ad alto budget piuttosto che una produzione cinematografica. La storia ruota attorno a un torneo, il “Mortal Kombat” che da titolo al film stesso, che si disputa tra i migliori lottatori di due mondi, quello terreste e Outherworld (nella traduzione italica viene inspiegabilmente chiamato “mondo esterno”). Dieci sconfitte consecutive consentono l’invasione di una realtà nell’altra e lo sa bene lo stregone Shang Tsung, che vuole conquistare la terra per sottometterla ai suoi voleri. A dargli battaglia lo stregone Raiden, che recluta i migliori lottatori della terra da mandare al torneo.

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“Mortal Kombat” è la prova di come la serialità televisiva abbia intaccato la narrativa cinematografica, al punto da trasformare quella che poteva essere una certezza in qualcosa che verrà, che sarà. Infatti la pellicola di Simon McQuoid spende le quasi due ore nel raccontare piatti retroscena sulle vite dei protagonisti (interpretati da un gruppo di attori anonimi in tutto), tentando di dare loro un qualche spessore, rimandando a episodio da destinarsi il torneo di lotta. Cioè in “Mortal Kombat”, manca proprio il “Mortal Kombat. Certo gli scontri non mancano, ma viene da chiedersi per quale motivo guardare un film che tradisce l’aspettativa principale su cui si fonda.

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Paradossalmente però, in questo particolare periodo mondiale in cui la pandemia da Covid 19 ha cambiato le necessità di spettatori e distributori, l’uscita del film in streaming invece che in sala, colloca la produzione nel suo luogo più ideale: la televisione. Seppur deludente e allo stesso tempo indolore, la visione trova una sua dimensione proprio tra le icone di menù di un qualunque servizio streaming, piuttosto che in una sala cinematografica, dove le aspettative tradite portano ad una sfiducia tra lo spettatore e il cinema stesso.

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“Mortal Kombat” 2021 paradossalmente è meno riuscito del precedente adattamento di Paul W.S. Anderson, pur potendo contare su di una realizzazione decisamente più curata e un maggior dispendio di mezzi. A volte serve più cuore che programmazione e il fiasco di questo nuova trasposizione, lo si può ritrovare nel suo essere troppo pianificato nella ricerca di una fiducia con lo spettatore/fan che non poteva comunque che essere tradita, come nella maggior parte dei film che arrivano sullo schermo dal media videoludico. Come la maggior parte delle serie televisive mascherate da pellicole cinematografiche.

Mortal Kombat
Mortal Kombat
5.2
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