La Belva

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Leonida Riva (Fabrizio Gifuni) è un militare in congedo a seguito dei traumi subiti in missione. Le cose che ha visto e le torture che ha sopportato in missione, hanno lasciato dei segni indelebili sul suo animo. La vita da civile lo vede fuori dal tetto coniugale, nonostante ami ancora la moglie e ancora di più i propri figli, il maggiore Matteo e la più piccola Teresa. Una sera quest’ultima viene rapita, inizia così per Leonida una forsennata sfida tra le strade di Roma per ritrovarle e punire i rapitori.

La continua ricerca di equilibrio tra un budget insufficiente a dare le giuste dimensioni allo spettacolo d’azione e, la necessità di stupire, hanno portato gli sceneggiatori ha creare un contorno che finisce per soffocare anche la migliore delle intenzioni.

Il modello di riferimento da cui attinge “La Belva” di Ludovico Di Martino è il cinema d’azione sdoganato dalla casa Francese Europacorp verso la fine degli anni 2000 con “Io vi Troverò”, ma non solo. Guardando questa produzione italiana non troviamo solamente echi d’oltralpe, ma anche quella fisicità che ha reso celebri produzioni come “John Wick” o “Atomica Bionda”. Sulla carta l’idea è quella di prendere un attore popolare per lo più per ruoli drammatici, in “Io vi Troverò” era Liam Neeson, ne “La Belva” è Fabrizio Gifuni e cucirgli addosso un personaggio a cui infondere il carisma necessario per rendere memorabile ogni battuta recitata tra una sparatoria e l’altra. Se nel film francese tutto è molto superficiale, in questa controparte italiana, non potendo contare sugli stessi valori produttivi, si è scelto di dare maggiore profondità e drammaticità al tutto. Scelta che sulla carta sembra perfetta per colmare i vuoti tra le poche sequenze d’azione che “La Belva” propone, ma inefficace all’atto pratico in quanto mette in evidenze le mancanze di cui volente o nolente deve farsi carico un prodotto che non ha il respiro spettacolare sufficiente per lasciare un segno nello spettatore. Questa continua ricerca di equilibrio tra un budget insufficiente a dare le giuste dimensioni allo spettacolo d’azione e, la necessità di stupire, hanno portato gli sceneggiatori ha creare un contorno che finisce per soffocare anche la migliore delle intenzioni. Forse sarebbe stato preferibile italianizzare i modelli di partenza creandone uno più personale, piuttosto che inseguire l’universalità dei temi e del racconto. Una colonna sonora praticamente inesistente, un montaggio senza guizzo alcuni (ma anche senza sbavature di sorta) e una fotografia di stampo televisivo, non fanno altro che affossare l’interesse di minuto in minuto. “La Belva” si lascia vedere, ma più che un buon film sembra il discreto episodio pilota di una serie tv.

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6.2
10
Soddisfacente
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Rebecca

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