La città  proibita – La decadenza dell’animo

920 D.C., dinastina Tang. Una famiglia imperiale al culmine della sua potenza. Un imperatore rigoroso e rispettoso delle tradizioni, una imperatrice divisa tra l’amore verso i figli e l’odio nascosto a discapito del marito. Un figlio nato ed educato per essere l’erede al trono, uno senza possibilità di riscatto ed un’ultimo allevato per vivere all’ombra dell’intera famiglia.All’interno del palazzo reale si consumano intrighi, incesti, mezze verità e amori clandestini in attesa dell’annuale festa del crisantemo. Espandere ulteriormente la trama che compone l’ultimo film di Zhang Yimou rischia di comprometterne la visione irreparabilmente, non tanto per i colpi di scena piazzati con certosino tempo scenico, ma perché andrebbe a togliere fascino al modo crescente con cui questa viene svelata. Una messa in scena barocca che straripa dallo schermo, in netto contrasto con una storia torbida che si dipana lenta, afferra al collo lo spettatore lasciandolo sempre più senza fiato col proseguo degli eventi. Il regista cinese forte di due attori dall’indubbia bravura come Gong Li (al suo fianco in diverse pellicole) e Chow Yun Fat, inscena la decadenza della famiglia reale che riporta per forza di cose alla mente “Ran” di Kurosawa. “La città proibita” contagia l’occhio con i suoi colori e sequenze epiche, ma allo stesso tempo coinvolge la mente fornendo ad essa sempre più tasselli per ricomporre il piano di riscatto messo a punto dall’imperatrice. Yimou questa volta si guarda dal creare empatia verso uno dei personaggi, perché immedesimare lo spettatore nei panni di uno degli esponenti della famiglia imperiale, di tramuterebbe nella perdita della visione globale dei fatti narrati durante il racconto cinematografico. Tutte le figure che si muovono dentro e fuori del palazzo sono delle anime impure, corpi fatti di sangue e peccati, esseri esteticamente perfetti dall’animo deforme per il quale non c’è più possibilità di riscatto. Ogni abitante della città in contatto con la famiglia reale, diviene inevitabilmente corrotto, che siano 10.000 soldati, o la serva dell’imperatrice, nessuno viene risparmiato dalla distruzione dell’essere, questo indipendentemente che avvenga nel piano materiale/fisico (i morti in questo film non si contano), oppure spirituale/mentale (l’oppressione della mente raggiunge l’apice verso la parte conclusiva). Se è vero che le più grandi dinastie hanno visto la loro fine nascere da dentro loro stesse, “La città proibita” è la spettacolare messa in scena della caduta che avviene un’attimo dopo aver raggiunto l’apice della grandezza. “La città proibita” è il cinema che contamina l’immaginario al reale, andando a costruire una struttura dalle tonalità ridondanti, le quali seducono lo spettatore per poi mostrare ad esso degli angoli oscuri che mettono paura, piccole zone d’ombra in cui l’apparenza crolla a favore degli istinti animaleschi che popolano l’animo dell’uomo, e non è un caso che sia sempre il nero la tonalità portatrice di morte (indipendentemente che sia vestita addosso ad un guerriero o racchiusa in un bicchiere di veleno), perché nelle viscere di quello che ignoriamo si nasconde la nostra fine.

La città proibita
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