Jurassic World

Jurassic World – Capsule del tempo e contratto a tempo determinato

Jurassic – Diario di un Cinefilo PigroAvete mai ritrovato ed aperto una “capsula del tempo”? Personalmente ne ignoravo quasi l’esistenza se non fosse stato per “Segnali dal futuro” di Proyas (per chi non lo avesse visto, può tranquillamente farne a meno, ma comunque non è un film sgradevole). Per coloro ignari di cosa sia questo oggetto non immaginatevi una pastiglia che dopo l’assunzione sia capace di farvi viaggiare nei ricordi o vedere il futuro, la “capsula del tempo” è che una scatola al cui interno vengono riposti oggetti di vario tipo da una o più persone, successivamente, dopo essere stata prima sigillata, questa viene risposta dove possa essere ritrovata trascorso un determinato lasso di tempo (magari una ventina di anni), così da mostrare ricordi della civiltà passata alle generazioni future. 

Jurassic – Diario di un Cinefilo Pigro
Ed eccovi un esempio di capsula

Nel 1992 a riprese ultimate di “Jurassic Park”, sono convinto che il regista Steven Spielberg assieme a tutto il cast tecnico e la produzione, hanno dato vita alla loro personale capsula, specie dopo essersi resi conto di aver realizzato il film di avventura definitivo. All’interno di questa hanno inserito un bengala rosso, alcune jeep, il completo bianco indossato da Richard Attenborough, un paio di design concept non realizzati, un paio di scarpe da donna, un foglio dove veniva spiegata l’importanza di un acquario con pinzati su questo dei biglietti del delfinario di Gardaland, degli appunti in cui tramite un calcolo matematico si confermava la teoria del “più grande è meglio” ed infine una brochure di Disney World. Sul coperchio della scatola la scritta “Aprire solamente quando i limiti tecnici di oggi saranno la quotidianità di domani”. Passati più di vent’anni la capsula di “Jurassic Park” spostandosi da uno scaffale all’altro nei magazzini della Universal, finisce nell’ufficio di Thomas Tull, il quale stava festeggiando il nuovo contratto a tempo determinato (il job act ha colpito pure l’America) strappato allo studio dopo aver abbandonato il precedente lavoro presso Warner.

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Per festeggiare il contratto vi prometto di superare i 700 milioni di incassi globali con il seguito di Jurassic Park

Brillo e felice, ma anche preoccupato per le promesse fatte alla Universal per accaparrarsi il lavoro, inciampa sulla scatola e dopo aver letto l’effige sul coperchio decide di aprirla. Quando vede cosa questa contiene, riceve una illuminazione che nemmeno se avesse aperto l’Arca dell’Alleanza sarebbe stata uguale, in quei pochi oggetti egli vede un film pieno di mostri giganteschi da far impallidire il suo “Godzilla”. Armatosi di grinta e PNL va nella sede della Amblin e convince tutti a farsi affidare il controllo sul seguito (ha promesso di pagare lui stesso il nuovo logo della compagnia in CGI da inserire prima della pellicola), assicurandosi il benestare di Spielberg ed allo stesso tempo dei capoccioni della Universal (ad entrambi ha promesso di superare i 700 milioni di incasso globale e questi nel giro di un mezzo secondo hanno risposto “SI”), ed il risultato di tutte queste serratissime ore di trattative è “Jurassic World”, seguito diretto del primo film diretto dal semi sconosciuto Colin Trevorrow (che dopo aver visto lo stipendio ha deciso di rinunciare a tutto il suo futuro da regista indipendente).

Senta, è previsto che si vedano dei dinosauri nel suo parco dei dinosauri?” – Ian Malcom, Jurassic Park

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Il nuovo bellissimo parco

La citazione del personaggio interpretato da Jeff Goldblum nel primo film è stato sicuramente il diktat nello sviluppo di questo tecnologico seguito. Trevorrow e la squadra di sceneggiatori hanno preso tutti gli elementi che avevano decretato il successo del capostipite, trasportati nel panorama cinematografico odierno, lavorando di cesello hanno eliminato tutto quello che non funzionava e fatto la cosa più importante: far vedere un sacco di dinosauri sempre più grandi e pericolosi. “Jurassic World” riesce nell’incredibile impresa di coinvolgere il pubblico di non più ragazzini del primo film, sfruttando un effetto “amarcord” in modo elegante e quasi mai ruffiano, ma allo stesso tempo inscena quanto necessario ad un pubblico più giovane per appassionarsi alle vicende del parco, creando un vero e proprio trait d’union tra due diverse generazioni di spettatori.

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Riesco ad ammaestrare loro….

Tutto funziona al meglio delle possibilità offerte dalla sceneggiatura, regalando uno spettacolo cedevole solamente sul fronte della tensione che latita per quasi tutta la durata della pellicola. Dove il prototipo originale diretto da Spielberg era in grado di aumentare o diminuire il ritmo thrilling con disarmante semplicità, il film di Trevorrow riesce solamente a dipingere una iperbole costante e dolce addizionando al momento che si sta guardando uno successivo “più grande”, maggiormente spettacolare. La macchina da presa osserva attentamente l’azione ma non si prende mai il rischio di coinvolgere lo sguardo all’interno di essa, preferendo la definizione di un confine netto tra lo schermo e ciò che accade all’interno dello stesso, lasciando ai ricordi e lo stupore il compito di creare interesse nell’intera vicenda.

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…ma non convincerei lei ad uscire per una birra!

Forse “Jurassic World” è il vero dizionario per comprendere il gusto del nuovo pubblico, un messaggio indirizzato a chi ha adorato il primo che come un monito sottolinea come quel tipo di film, quel cinema è la vera specie estinta nel 2015, ed a rimpiazzarla troviamo qualcosa di esteticamente incredibile ma che rinuncia completamente alla plausibilità dello sfondo.

 

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