INTO THE WILD

INTO THE WILD – Nelle terre dello spirito

Christopher Johnson McCandless (1968-1992) aveva 22 anni quando decise di intraprendere un viaggio su e giù per gran parte dell’America, lontano dalla famiglia, dai beni materiali, dalla società e dai dogmi che tanto odiava. Il suo obbiettivo era raggiungere l’Alaska, ed è li che fu ritrovato, morto, nei boschi di quella terra refrattario all’uomo, estrema non solo per il clima, ma anche per le regole imposte dalla natura stessa. A più di dieci anni dalla sua scomparsa la vita di McCandless (o meglio il libro biografico che racconta di questa avventura scritto da Jon Krakauer), diviene un film diretto da Sean Penn, che decide di rimanere “soltanto” dietro la macchina da presa.

INTO THE WILD

“Into the wild” segna senza dubbio il ritorno ad un cinema essenziale, fatto di luoghi, di persone e vuoti d’animo, proprio come Walter Salles anni fa si confrontò con la figura di Guevara, ed il suo viaggio iniziatico a bordo di una motocicletta, Penn ricostruisce l’animo oscuro di un ragazzo bisognoso di confrontarsi con ciò che lo circonda, per forgiare la sua identità nonché personalità. Non un semplice racconto di formazione (nonostante la consequenzialità degli eventi provenga da quel canovaccio rodato), ma piuttosto una visione sincera di un uomo/mondo che non esiste più, decadente già all’inizio dell’avventura (sono i primi anni ’90), ed al quale non spetta la redenzione alla fine del viaggio, ma solamente la pena.

INTO THE WILD

Chris (Emile Hirsch) è il risultato di una società che ha vissuto in un barocco sogno di gloria negli anni ’80, lasciando solamente un incubo fatto di peccati da sanare, di cui ancora oggi sentiamo non solo lo strascico, ma tutto il peso sulle nostre vite. Il protagonista non è più solamente un personaggio reale trasportato sullo schermo, ma diviene attraverso la visione di Sean Penn, giudice e giurato di una società che ha dato tutto decenni prima, riservando alle generazioni future niente altro che incertezze ed instabilità. Ed è qui che Penn riesce a convincere maggiormente, quando mostra anni ormai passati, quasi sempre idolatrati da chiunque, ma che ad un esame di coscienza forse non erano proprio così “belli”.

INTO THE WILD

Lerché la vera forza di “Into the wild” non si cela nel raccontare a tutti noi “i gloriosi anni che furono”, ma nel disincanto sincero con cui questi vengono mostrati. Chris insegue il tempo sullo schermo proprio come Forrest Gump, con la differenza che la percezione di ciò che lo circonda non è sublimata dai ricordi, ma disincantata da un passato ancora recente fatto di persone di ogni tipo, costruito su luoghi naturali oggi bisognosi d’aiuto per la loro conservazione ed a cui tutti giriamo le spalle, o peggio ne ignoriamo le necessità.

INTO THE WILD

Ed è qui che “Into the wild” muta nuovamente la forma, tramutandosi in un testamento naturale, immerso nel bianco della neve, nel blu dell’acqua e nel nero della notte. Come un prisma converge tutti i suoi intenti addosso allo spettatore che lentamente si stacca dallo schermo e durante i titoli di coda inizia a riflettere, nonostante il percorso per arrivarci non sia stato indolore proprio come il viaggio del protagonista. Sean Penn dirige con il cuore piuttosto che con la tecnica (e questo lo si percepisce durante le oltre due altalenanti ore di durata della pellicola), un commovente e disincantato affresco fondato sulla terra, sull’acqua, sospeso constatntemente nell’aria e riscaldata dal fuoco.

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3.5
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