Flags of our fathers – La memoria dei nostri padri

“Flags of our fathers” di Clint Eastwood è l’ennesimo colpo messo a segno dal regista, non siamo ai vertici d’eccellenza delle sue ultime due pellicole, ma ci propone comunque un film pieno di “amore”. La storia mostra il ritorno in patria dei tre unici soldati rimasti vivi, facenti parte di una fotografia che donò al popolo americano la speranza, il sogno di una ancor possibile vittoria a dispetto dei giapponesi, in un conflitto mondiale giunto ormai a mettere in ginocchio l’intera nazione.

Un semplice scatto fotografico trasformò tre ragazzi in eroi nazionali, non importavano i fatti e gli avvenimenti accaduti prima e dopo quella foto, l’unica cosa importante fu poter, tramite i tre marines e la speranza ritrovata, far credere al popolo americano che ci sono ancora motivi per combattere e portare a casa una vittoria. Questa a grandi linee è la storia narrata da Eastwood, la superficie del suo ultimo film è di una banalità abbastanza disarmante, la retorica classica unita al patriottismo a volte arriva quasi a toccare punti talmente nauseabondi da far impallidire il melodrammatico “Pearl Harbor”.

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Ma non è questo l’importante in quanto “Flags of our fathers” non è un film di guerra, tanto meno una pellicola sulla stessa, ma neppure un film politico, eppure a suo modo è anche tutto questo, ma solo alla fine ci si rende conto che a prevalere è “solamente” il racconto umano. Il film è strutturalmente una pellicola di fantascienza capovolta, la dove il genere utilizza un futuro come metafora del presente, Eastwood e gli sceneggiatori mostrano un passato immagine dei nostri giorni, puntando su tutti un dito minaccioso che sembra voler dire “sciocchi, dal passato dovreste imparare per non commettere nuovamente gli stessi errori, ma se non lo conoscete come potete pretendere di evitare i passi che portarono ad essi”, questo è forse uno dei messaggi più importanti della pellicola.

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Si perché al di là della banalità degli eventi legati alla trasformazione di tre soldati in eroi, della retorica ad essi associata, l’abuso delle icone da parte dello stato per portare avanti i propri interessi e la voglia di cameratismo/patriottismo che sembra non voler mai lasciare alcuni, “Flags of our fathers” è una vera e propria pietra patriottica che il regista lancia contro il suo stesso popolo probabilmente con l’intento di svegliarlo da un torpore in cui sembra finito da tempo ormai.

Vuole mostrare come le cose non siano mai andate avanti dai tempi di quella bandiera, la sua telecamera è fatta di cuore, ci prende per mano portandoci nei campi di battagli come non mai prima, è disinteressata a far rivivere le emozioni di un soldato durante un’azione in quanto a conoscenza che solo gli uomini ritrovatisi li sanno cosa voleva dire esserci, ed è probabilmente per questo che “i padri” non lo raccontavano ai propri figli, la macchina da presa ci mette nelle condizioni di osservatori inermi insinuando la sensazione d’impotenza in ognuno di noi.

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Clint Eastwood è probabilmente uno degli ultimi registi classici (termine inadatto) rimasti, nonostante le sue pellicole siano sempre più sperimentali ogni cosa da lui utilizzata non assume mai i connotati dell’esercizio stilistico, ma anzi è incredibile assistere a come tutto aiuti la narrazione agevolando lo spettatore ad immergersi in essa. I colori documentaristici dei flashback si contrappongono a quelli caldi, solari e certi di una terra pacifica anni duemila, eppure anche questo contribuisce a far comprendere quanto il cineasta sia a proprio agio in qualunque situazione.

“Flags of our fathers” però non è completo, già dopo poco si inizia ad intuire che la controparte avversaria non viene mai trattata, ed in effetti bisognerà aspettare la seconda “puntata” di questa doppietta militaresca per poter valutare alcune scelte realizzative, sopratutto la completa assensa di un punto di vista avversario. Questa mancanza è proprio quella pecca che non fa elevare il film, cucendogli addosso la sensazione che si potesse fare di più.

Aspettando la parte speculare di “Flags of our fathers” una volta giunti ai titoli di coda iniziamo anche noi a guardare il futuro con occhi diversi, lo osserviamo con la conoscenza del passato, tempo trascorso ricordato attraverso foto, ricordi di coloro che hanno dato la loro vita per evitare  a tutti noi di commettere nuovamente gli stessi errori.

Flags of our fathers
Flags of our fathers – La memoria dei nostri padri
7.5
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  1. anche secondo me il film non e’ riuscitissimo ma non penso per la mancanza del punto di vista avversario, infatti le immagini piu’ belle della battaglia erano le soggettive giap quelle armi da fuoco che attendevano di sparare mettevano un’ansia terribile..
    in fondo la guerra e’ cosi’ una truculenta battaglia contro l’ignoto perche’ se si conoscesse il nemico non dico che la guerra cesserebbe immediatamente ma non ci sarebbero neppure la crudelta’ tipica della guerra, e le poche volt che veniva mostrato un giapponese ucciso Eastwood cercava di sottolineare lo stupore di accorgersi che il nemico in fondo ci assomiglia..

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