Fight Club

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“Rewind è la videoteca ideale, che comprende quei film che non dovrebbero mai mancare in una collezione home video che si rispetti.

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Fight Club

di David Fincher

La storia in breve…

Dietro un trentenne yuppie di successo si nasconde un’esistenza misera. Egli conduce una vita fatta da un lavoro inappagante, difficoltà a relazionarsi con le persone che lo circondano, depressione e insonnia. Sarà proprio cercando un tentativo per curare quest’ultima che finirà con conoscere la bellissima Marla Singer (Helena Bonham Carter) e il mefistofelico Tyler Durden (Brad Pitt). La prima una ragazza bellissima, depressa e con tendenze suicide. Il secondo invece un bizzarro produttore di sapone con cui condivide più di una semplice visione della vita. I due daranno vita al “Fight Club”, un raduno per uomini borderline come il protagonista, durante il quale potranno dare sfogo alle proprie pulsioni in appositi incontri di boxe. Ma quello che inizialmente sembrava un esclusivo club underground per maschi frustrati, nelle mani di Tyler diventerà una vera e propria arma da usare per ribaltare la società consumistica di questi anni.

Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!

Il Film

Nel mondo di “Fight Club” non esiste alcun tipo di redenzione per una società che si sta lentamente alienando. Il thriller diretto da David Fincher, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, è il cupo manifesto di un mondo in cui il corpo sta per essere rimpiazzato da un oggetto, dove i sentimenti non contano e il cuore ha meno importanza di un divano. Nel pianeta “Fight Club” le persone sono incapaci di trovare un proprio centro emotivo (le sedute di meditazione che si vedono sembrano sottolinearlo), di sentirsi realizzate per come vivono e, nel peggiore dei casi, completamente inadeguate ai rapporti umani (indimenticabile in questo senso il vagare del protagonista tra i centri per malati in cerca di un contatto). Il regista americano dopo lo splendido “Seven”, filma il suo terzo thriller (prima di questo “The Game”), trasformando lo schermo cinematografico in un fiume pronto a straripare sulla coscienza dello spettatore. “Fight Club” assomiglia a un tir di svariate tonnellate, lanciato a tutta velocità verso una destinazione all’apparenza ignota. Nel fare questo racconta la storia di una caduta psicologica (l’autodistruzione più volte citata lungo la storia), unica via rimasta per trovare un punto zero per la risalita dell’animo (bisogna raggiugere il fondo per poter avere le forze per raggiungere la cima).

I protagonisti sono figure speculari/complementari che rappresentano le due facce della società, il primo un impiegato di una grande azienda che vive una vita sull’orlo della depressione, il secondo un fabbricante di sapone con una visione anarchica della società ideale. I due uniranno le loro sofferenze, i loro mali, dando vita al “Fight Club”, che da semplice circolo di box clandestina dove ritrovare l’eccitazione attraverso la deflagrazione del corpo, si trasformerà in un vero e proprio movimento atto a ribaltare la società che fa di tutto per creare nella mente delle persone futili necessità. Fincher forte di tre interpreti al loro meglio (tra cui un Brad Pitt che torna ai fasti de “L’esercito delle 12 scimmie”), non si scompone mai e non ha paura di inscenare la violenza, sia fisica che verbale, nelle due ore e venti di film, procedendo sempre più velocemente verso un epilogo dalla spettacolarità iconica sulle note della splendida “Where Is My Mind” dei Pixies, riabilitando l’importanza del contatto umano (la stretta finale tra Helena Bonham Carter e Edward Norton), confermando come questo sia ancora qualcosa di cui è impossibile privarsi e, molto probabilmente, l’unico modo per non fuggire dalla realtà.

Siamo i sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona. Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra…

Appunti: Perché Fight Club

Quando penso a quale sia il film culto più rappresentativo degli anni ’90, arrivo sempre a “Fight Club”. Il quarto film di David Fincher eredità la maledizione di quelle pellicole capaci di fallire al botteghino, diventando poi in home video un punto di riferimento per buona parte dei cinefili sparsi per il mondo (tipo “Blade Runner”, avete presente?). Pur presentando tutti elementi per cui il successo, almeno sulla carta, doveva essere una pura formalità, “Fight Club” fallì doppiamente sia nei confronti della critica che del pubblico. La pellicola andò incontro a recensioni poco lusinghiere e incassi al di sotto di ogni aspettativa. Ma questa è storia visto che le oltre sei milioni di copie distribuite e vendute nel mercato casalingo lo hanno riabilitato e fatto affiorare le qualità che in sala non vennero colte. Saltato l’appuntamento al cinema, fui pure io uno di quelli che lo vide nel salotto di casa e ricordo ancora quanto rimasi colpito durante lo scorrere dei titoli di coda, a visione ultimata.

Lo spettacolo che “Fight Club” mette davanti ai nostri occhi mantiene, nonostante sia un film del 1999, inalterata sia la sua potenza visiva, grazie ad un uso del montaggio e della computer grafica da cardiopalma, che espressiva, quest’ultima graziata da degli interpreti che hanno messo anima e corpo nel progetto. Rivedendolo oggi il film non solo possiende ancora la capacità di stupire, ma per contenuti risulta ancora più attuale, specie per la ferocia con cui tratta la società consumistica globale. “Fight Club” è uno spettacolo che migliora di visione in visione, ma anche capace di farsi odiare dal primo minuto. Prendere o lasciare, le regole sono chiare, ma è veramente difficile rinunciare a un simile spettacolo, anche qualora non si volesse andare oltre la superfice estetica.

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In Breve
Nel mondo di “Fight Club” non esiste alcun tipo di redenzione per una società che si sta lentamente alienando. Il thriller diretto da David Fincher, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, è il cupo manifesto di un mondo in cui il corpo sta per essere rimpiazzato da un oggetto, dove i sentimenti non contano e il cuore ha meno importanza di un divano.
8.2
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