Doctor Strange nel multiverso della follia

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A visione ultimata di “Doctor Strange nel multiverso della follia”, ci si rende subito conto di quanto sia necessario questo film. Lo è per il suo regista, quel Sam Raimi che ritorna dietro la macchina da presa dopo molto tempo, dimostrando che talento e vena artistica non hanno perso smalto nonostante la latitanza. Ma ancora più necessario lo è per i Marvel Studios capitanati da Kevin Feige, che stanno da tempo cercando un rinnovamento stilistico e finalmente lo trovano, dopo costosissimi scivoloni quali “Eternals”. Il paradosso è che un sodalizio tra lo studio e il regista avrebbe dovuto quasi essere scontato, visto che di fatto Raimi ha piantato il seme del cinecomic moderno, eppure ci sono voluti anni perché questo accadesse.

La storia molto “semplice” di “Doctor Strange nel multiverso della follia” catapulta nella vita di Steven Strange (Benedict Cumberbatch), alla ricerca di se stesso dopo aver perso praticamente ogni cosa tra cui anche l’amore dell’ex collega Christine Palmer (Rachel McAdams), la giovane America Chavez (Xochitl Gomez). La ragazza ha il potere di viaggiare attraverso realtà parallele e questo interessa terribilmente a Scarlet Witch (Elizabeth Olsen), che lo vuole usare per ottenere la vita che ha sempre desiderato. L’unico modo però per ottenere le capacità della ragazza è attraverso la morte della stessa. Strange si vedrà costretto a viaggiare in vari universi paralleli per salvare America Chavez e allo stesso tempo trovare un modo per fermare Scarlet Witch.

Il film inizia subito in corsa, senza alcun titolo di testa e calando lo sguardo al centro dell’azione, rapito da vorticosi movimenti di macchina. Questo è il biglietto da visita di “Doctor Strange nel multiverso della follia” che descrive perfettamente cosa aspetterà allo spettatore dopo i primi cinque minuti: una corsa epica, forsennata e dannatamente spettacolare. Sam Raimi e i Marvel Studios formano una coppia perfetta, se già nel 2002 era abbastanza chiaro, oggi nel 2022 arriva una conferma netta e inequivocabile. Il cineasta americano che ha messo la firma su film divenuti dei veri e propri cult come “La Casa”, “L’armata delle tenebre” o “Darkman” (giusto per citarne alcuni), con “Doctor Strange nel multiverso della follia” lascia un segno indelebile all’interno del Marvel Cinematic Universe. Lo studio che cerca un rinnovamento, pur osando aveva finora fallito, basti pensare al già citato “The Eternals” per capire quanto sia coniugare intrattenimento e autorialità. Affidandosi a Raimi non solo portano sullo schermo un film Marvel a tutti gli effetti, ricco di personaggi, rimandi a produzioni precedenti e future, camei ad effetto, ma si ritrovano anche con una pellicola che ha l’inconfondibile cifra stilistica del regista americano.

Doctor Strange nel multiverso della follia

Raimi e lo sceneggiatore Michael Waldron si concentrano sulla storia e sui personaggi principali, dando vita ad un film d’avventura avvincente, ricco di dettagli narrativi e trovate visive debordanti. L’elefante nella stanza, ossia la continuity trasversale fatta di film e serie televisive diventa un meltin pot che fa da sfondo perfetto alle vicende.

Raimi dietro la macchina da presa riesce a portare sullo schermo due ore di puro divertimento, senza scontrarsi o piegarsi con le necessità produttive, ma amalgamandole perfettamente con il racconto e la sua visione del quadro cinematografico. Tutto viene inserito con una fluidità narrativa disarmante, che farà la felicità dei fan più accaniti della casa delle idee, ma che riesce a esaltare con il suo spettacolo anche chi non ha tempo e voglia di ricollegare tutti i fili dell’intricata ragnatela mediatica che è il “Marvel Cinematic Universe”. Raimi e lo sceneggiatore Michael Waldron si concentrano sulla storia e sui personaggi principali, dando vita ad un film d’avventura avvincente, ricco di dettagli narrativi e trovate visive debordanti. L’elefante nella stanza, ossia la continuity trasversale fatta di film e serie televisive diventa un meltin pot che fa da sfondo perfetto alle vicende.

Con “Doctor Strange nel multiverso della follia” si chiude un ipotetico cerchio durato vent’anni. Nel 2002 Kevin Feige era l’assistente di Avi Arad sul set del primo “Spider-Man” firmato Sam Raimi. Il film che allora diede il via alla stagione dei cinecomics di casa Marvel (preceduto giusto dal primo “X-Men” di Synger), segnò indelebilmente le carriere lavorative di entrambi. Oggi nel 2022 la coppia Feige-Raimi imprime un nuovo moto alla macchina produttiva dei Marvel Studios. “Doctor Strange nel multiverso della follia” alza l’asticella della qualità tecnica e autoriale dei film dello studio, portando sullo schermo una pellicola dal ritmo indiavolato e piena di trovate visive e ghiotte citazioni.

Sam Raimi che mancava sul grande schermo dal 2010, anno in cui usciva al cinema con “Il grande e potente OZ”, da forma a uno dei migliori film del “Marvel Cinematic Universe”, confermandosi allo stesso tempo uno dei registi americani più dotati quando si tratta di coniugare aspettative del pubblico, esigenze produttive e stile personale. Come detto ci sono voluti vent’anni perché Raimi ritornasse a mettere le mani su di un cinecomic Marvel, ma visti i risultati speriamo non ne debbano trascorrerne altrettanti prima che questo accada nuovamente.

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Doctor Strange nel multiverso della follia
In Breve
Raimi dietro la macchina da presa riesce a portare sullo schermo due ore di puro divertimento, senza scontrarsi o piegarsi con le necessità produttive, ma amalgamandole perfettamente con il racconto e la sua visione del quadro cinematografico.
7.7
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