Birdman

Birdman – L’arte d’inventare il niente dal tutto

Ho sempre sostenuto la tesi di come in questi anni il cosidetto “cinema impuro” (quello legato agli adattamenti), abbia attinto fin troppo ai personaggi dei fumetti, generando una corrente cinematografica specifica per un pubblico ben preciso (di cui faccio parte pure io). Questi titoli da una parte generano considerevoli introiti, ma dall’altra tutti i soldi guadagnati alimentano lo stesso indotto, senza mai che anche solo una minima quantità dell’incasso globale venga uilizzata per dar vita a produzioni che possano definirsi innovative o rischiose, perchè no ardite.

Birdman

Una delle cose che maggiormente ho apprezzato di “Birdman” è la critca, condita di umorismo nero, che viene perpretato nei confronti di questo cinema fatto di eroi con la maschera e allo stesso tempo, di tutto ciò che gravita attorno ad esso, tra cui anche la catena produttiva appena esposta. Oltre a questo tema (che tocca un personalissimo “nervo scopoerto”), la pellicola del regista di “21 Grammi” e “Babel“, tratta un’altro argomento che mi sta a cuore.

Chi ha avuto occasione di parlare di cinema con il sottoscritto andando oltre alla stupida domanda: “Hei, lo hai visto quel film? Me lo consigli?”, avrà certamente compreso quanto detesti questa nuova tendenza di esasperazione della “settorialità cinematografica” (tipo film commerciali con lo stampino, film indipendenti con un’altro stampino ecc.).

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Questo da un lato ha portato ad un aumento della qualità media di ogni singola produzione, ma sta trasformando il cinema in un malato terminale la cui sopravvivenza è legata ad una macchina (in questo caso quella produttiva che istruisce il pubblico e non viceversa). In mezzo a questo apocalittico scenario esistono delle eccezzioni, quelle che l’architetto di Matrix definirebbe anomalie sistemiche. Queste sono pellicole che scardinano l’intero apparato produttivo di “serie”, rischiando tutto pur di osare, non sempre riuscendoci ma in grado negli anni di farsi apprezzare dal pubblico, che in prima istanza rigetta una nuova forma di corpo cinema.

Birdman

Arrivati a questo punto, comunico subito che “Birdman” non è sicuramente una di queste anomalie, o almeno lo è solamente in modesta parte. Il film del regista messicano assomiglia maggiormente a una occasione sprecata (ma sarebbe meglio definire un enorme dispendio di talenti), i motivi che mi portano a questa presa di poszione sono essenzialmente due.

Il primo è il cosidetto “Effetto Inception“, creato da Christopher Nolan e che prende il nome dalla pellicola per cui esso è stato concepito. Per chi non lo sapesse “l’effetto Inception” consiste nello spiegare reiteratamente gli stessi concetti in momenti diversi dello stesso film, in modo da assicurarsi la comprensione del racconto da parte di chi guarda. In pratica possiamo giungere alla conclusione che il regista immagina il suo pubblico non particolarmente intelligente, il che è abbastanza irritante.

Il secondo motivo principale (più importante di quello appena esposto), risiede nella ricerca quasi ossessiva della spettacolarità mediante l’adozione di un immenso piano sequenza, che trasforma l’esperienza cinematografica sulla lunga durata in una sorta di monotono videogioco (non a caso i momenti in cui torna il montaggio classico lo sguardo si risveglia dal torpore).

Birdman

Ora se voi appartenete al genere di cinefili da stadio (quelli che quando hanno decretato l’assoluta bontà di una pellicola nessuno li smuove dalla loro opinione), potete tranquillamente smettere la lettura perché quello che segue è la mia completa bocciatura di “Birdman” (però state tranquilli perché in questo caso appartengo ad una minoranza e voi la sapete sicuramente più lunga del sottoscritto).

[...]" La fama di Citizen Kane non sarà mai troppa. Grazie alla profondità di campo, scene intere sono girate senza interruzione, a volte con la macchina da presa immobile. Gli effetti drammatici, prima affidati al montaggio, nascono ora tutti dallo spostamento degli attori nell'inquadratura scelta una volta per tutte." [...]

[...]"E' evidente, per chi sa vedere, che i piani-sequenza di Welles in The Magnificent Ambersons non sono affatto la "registrazione" passiva di un'azione fotografata con una stessa angolazione; al contrario, il rifiuto di spezzettare l'avvenimento, di analizzare nel tempo l'area drammatica, rappresenta un'operazione positiva il cui effetto è superiore a quello che avrebbe potuto produrre il découpage classico.[...]

Tratto da:L'evoluzione del linguaggio cinematografico di André Bazin

Se aveste già visto il film di Iñárritu i due estratti qui sopra basterebbero – a patto che abbiate minimamente idea di cosa parlino – a demolire la più rischiosa scelta di regia fatta in “Birdman”, ossia l’adozione di un enorme piano sequenza (che a essere pignoli non sposa la definizione classica dello stesso), per raccontare la quasi totalità della storia. Questa coraggiosa scelta, dapprima è efficace, ma poi si trasforma lentamente nel nemico più acerrimo del racconto, divenendo nella sua inutile lunghezza una scelta stilistica che implica la sottomissione della storia e degli interpreti al volere del regista, che mai come in questo caso è il deus ex macchina del suo stesso fallimento (e che sembra più presente in scena dei suoi stessi attori).

Birdman” racconta le vicende di una star, Riggan Thompson (un ritrovato Michael Keaton stupefacente, forse anche perchè lui e il suo personaggio hanno molti punti in comune, forse questa pellicola è il suo “The Wrestler“), in declino dopo una vita passata sotto la maschera del personaggio che da titolo al film. Ultima spiaggia (ma non per questo meno pericolosa) per potersi salvare dall’essere ricordato come attore e non come uomo con la maschera è sceneggiare, dirigere ed interpretare un dramma teatrale tratto da uno scritto di Raymond Carver.

Nei giorni burrascosi delle anteprime teatrali, vedremo Riggan tantare di salvare la sua famiglia e se stesso dal proprio smisurato ego, che lo costringe ad una costante lotta. “Birdman” analizza la notorietà legata ad una maschera, lo sdoppiamento della pesonalità necessario ad un attore per interpretare un personaggio, la necessità di abbandonare il proprio alter ego prima di rimanere costretto in esso (nessuno a New York conosce Thompson, ma tutti il personaggio di Birdman).

Scritto tra l’altro anche dallo stesso Iñárritu, il film dopo un inizio al vetriolo si trasforma lentamente in un asfissiante esercizio visivo di indiscutibile bellezza, ma arrivare al punto di sacrificare per quest’ultima una buona dose della potenza drammatica che il racconto possiede non mi sembra sia stata una buona scelta. “Birdman” è una pellicola senza respiro, un titolo di pura oppressione dell’animo che porta a dismisura il lato estetico, ed è un vero peccato perchè la riflessione – tra l’altro lucida e cattiva – legata al mondo dello spettacolo statico da troppo tempo, in cui niente si inventa ma tutto si ritrova (gli eroi in maschera ritornano dopo vent’anni di inesistenza), meritava un trattamento certamente diverso.

Un film in lotta tra forma e sostantanza, alla costante ricerca di un equilibrio delle parti, senza realmente riuscirci, incapace di trasportare sguardo ed emozioni assieme, verso derive che sono soltanto suggerite. In “Birdman” non si va mai oltre la superficie di luce creata dal Lubezki (che dopo Gravity firma nuovamente l’impossibile), Iñárritu tiene a distanza dal suo giocattolo lo spettatore e quando gli permette di entrare in esso è ormai troppo tardi, chi guarda è anestetizzato al punto da non voler più nemmeno compiere una possibile riconciliazione con il racconto.

Il film è una scatola di cristallo finemente decorata ma vuota, per quanto ci si sforzi dovremmo riempirla da soli con quello che riteniamo più giusto (solo compiendo questo sforzo può ritenersi piacevole la visione, vedendo al suo interno quello che si desidera). Quello del regista messicano è un cinema che indossa la maschera della modernità stilistica, dell’evoluzione tecnica, ma basta non farsi ingannare dalle luci e false promesse per vedere un prodotto meno innovativo e riuscito di quando non voglia a tutti i costi far credere (rileggasi la seconda delle due citazioni a metà del testo).

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6.5
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  1. Concordo con te per quel che riguarda le spiegazioni reiterate, ma non con l’uso ossessivo del piano sequenza che, come ho detto sul blog, ho molto apprezzato ed è riuscito a coinvolgermi ancor più nella disperata ossessione di un Michael Keaton fantastico!

    1. Sai, io capisco appieno che possa piacere, anzi è spettacolare il lato visivo del film, però è più merito del direttore della fotografia che non del regista a sto punto.

  2. Forse saremo in pochi, ma io mi unisco alla schiera delle persone che non hanno trovato in “Birdman” questa gran ventata di novità. Anche se del tutto diversi, guardando la pellicola mi è tornato in mente “Cloud Atlas” : la stessa sensazione di avere davanti una trama notevole, ma sviluppata nel modo più sbagliato; troppa carne sul fuoco, non viene dato modo allo spettatore di focalizzarsi su un punto che subito cambiano le situazioni… e il piano sequenza non aiuta certo a migliorare le cose.

    1. Il paragone con Coud Atlas ci può stare, ma li la trama era complessa e avrebbe forse necessitato di una snellita per evitare la confuzione. Qui quello che mi fa “rabbia” è che si cerca di far passare per complesso e sfacettato quella che a mio avviso è la versione “per bambini” de “Il Cigno Nero” o “Scarpette rosse” o altri mille film che trattavano la stessa tematica in modo più riuscito

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