American Assassin

American Assassin – Spionaggio piatto.

Il giovane Mitch Rapp (Dylan O’Brien) vede la sua fidanzata venire uccisa in un attentato terroristico mentre trascorrevano la vacanza ad Ibiza. Ripresosi dallo shock dedica la sua vita alla vendetta. Il suo scopo è semplice, infiltrarsi nella cellula terroristica e ucciderne i membri. I suoi sforzi però vengono sorvegliati dalla CIA, la quale lo arruola in una squadra speciale capitanata da Stan Hurley (Michael Keaton), un ex Navy Seals che si occupa di sventare minacce terroristiche su scala globale. Piatto. Il film diretto da Michael Cuesta è riassumibile con questa unica parola. Nei film di spionaggio americani attuali i terroristi islamici e non, hanno preso il posto dei vecchi comunisti russi targati anni ’80.

Michael Cuesta commette l’errore fatale di prendere troppo seriamente un racconto improbabile, ma egli non è Greengrass e il suo protagonista non ha il cognome Bourne.

Dismessi gli echi della guerra fredda il cinema americano ha nuovamente un nemico a cui guardare, da cui partire per costruire fantapolitica e spionaggio internazionale. Esiste nuovamente una minaccia, che almeno al cinema, può essere risolta a suon di retorica e eroismo patriottico. Ma se negli anni ’80 il cinema viveva anche il suo miglior periodo per quel che concerne il genere, oggi a trent’anni di distanza il meccanismo che muove una spy-story di celluloide sembra essersi inceppato. Mentre “American Assassin” si consuma davanti allo sguardo, emozioni e tensione sono del tutto assenti.

Un protagonista anonimo, viene fatto avanzare all’interno di uno script che non riesce a coinvolgere, tantomeno a creare un qualsiasi interesse legato agli eventi che si susseguono senza soluzione di continuità. Michael Cuesta commette l’errore fatale di prendere troppo seriamente un racconto improbabile, ma egli non è Greengrass e il suo protagonista non ha il cognome Bourne. Non c’è veramente nulla di apprezzabile nel vedere un film che si rende involontariamente ridicolo per la totalità della sua durata. “American Assassin” non offre alcun interesse nei confronti di chi lo guarda. E’ un cinema troppo pieno di se da risultare dapprima fastidioso, per rivelarsi poi del tutto innocuo e incolore.

Piatto. Il film diretto da Michael Cuesta è riassumibile con questa unica parola.

Sarebbe stato preferibile far sfociare tutto nella caciara fin dal principio regalando alla pellicola un antieroe d’azione, che avrebbe così giustificato tutto quello che gli gravita attorno, ma qui invece si preferisce forgiare la figura senza macchia ne paura classica. Un protagonista mosso da una motivazione personale che non sembra veramente importante, si ritrova a inseguire una bomba atomica che un suo ex collega vuole fare esplodere addosso alla flotta statunitense, con una motivazione che non “vedevamo” sullo schermo da anni: la ripicca nei confronti del suo istruttore. Il cinema d’azione e così lo spettatore merita e deve anche esigere di meglio nel 2017.

Ma se a livello di sceneggiatura “American Assassin” ha delle evidente lacune, esso si trova nella scomoda posizione di essere indifendibile anche sotto gli aspetti meramente tecnici. Il montaggio è blando monotono ma almeno, le musiche non sembrano nemmeno esistere nonostante siano presenti, gli effetti speciali quando non sono imbarazzanti assomigliano a quelli di una produzione televisiva. Il sapore di film TV è quello che si gusta vendendo quanto messo assieme dal regista americano ed è inconcepibile in una produzione cinematografica. A fine visione se la pellicola non è comunque disastrosa, restituisce uno strano senso di baracconata che fa rimpiangere il costo del biglietto e il tempo in cui si è rimasti a guardarla.

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