AD ASTRA

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Ad Astra - James Gray

Dopo “Civiltà Perduta” il regista americano James Gray cambia registro e con “Ad Astra” abbandona il calore della giungla per il gelo dello spazio. Protagonista assoluto Brad Pitt, che nei panni di un astronauta partirà alla ricerca del padre, finendo per trovare se stesso e formarsi finalmente come uomo. Fantascienza intima e minimale, nessun epico viaggio dell’eroe, ma un sussurrato percorso dentro l’autostrada dell’animo.

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Nel futuro di “Ad Astra” l’uomo ha esplorato e colonizzato gran parte dello spazio. A rendere possibile tutto questo, oltre al lavoro di innumerevoli persone, c’è sicuramente quello dell’astronauta esploratore Clifford McBride (Tommy Lee Jones). Il figlio, Roy McBride (Pitt) ha seguito le orme del padre, ma con molta meno fortuna e fama. Roy ha problemi a socializzare con le persone che gli stanno accanto e soprattutto, una cronica e inspiegabile mancanza di empatia che lo porta a non provare quasi nessuna emozione. Un giorno mentre lavora su un’antenna nell’orbita terrestre un picco di energia fa saltare l’impianto mettendo a serio rischio la sua vita. Scampato alla morte per miracolo, viene messo a conoscenza dal commando aerospaziale che la causa del suo incidente potrebbe essere il progetto “Lima”. Questo altro non è se non la missione che con a capo il padre di Roy, avrebbe dovuto esplorare lo spazio alla ricerca di vita extraterrestre, ma di cui si sono perse le tracce dopo che ebbero raggiunto il pianeta Nettuno. Convinti che Clifford sia ancora vivo e sia anche la causa di questi picchi d’energia, verrà chiesto a Roy di compiere un viaggio fin su Marte per mettersi in contatto con il padre, ma le verità di cui pian piano verrà a conoscenza cambieranno per sempre la sua esistenza.

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Con “Ad Astra” James Gray racconta la ricerca di consapevolezza interiore, unica via per poter riuscire a vivere pienamente. Quello che il regista americano porta sullo schermo è una fantascienza che ragiona sulle necessità dell’animo, sulla conquista della propria identità che passa attraverso un esame interiore. Serve discutere le fondamenta del carattere e della persona per evolverla in qualcosa di migliore, per trasformala nell’eroe del proprio quotidiano. Come il Neil Armstrong di “First Man“, anche il personaggio di Roy è affetto da un blocco emotivo che ne limita ogni rapporto e proprio come il protagonista del film di Chazelle, la catarsi arriva attraverso l’accettazione della perdita. Il rapporto padre/figlio in “Ad Astra” è speculare a quello che il regista americano aveva raccontato nello splendido “Civiltà Perduta”. Nella precedente pellicola il protagonista era un avventuriero che abbandonava la propria famiglia per inseguire un sogno impossibile che alla fine condividerà con il figlio. Qui invece è il ragazzo/uomo che parte alla ricerca di un padre che lo ha sicuramente instradato verso una tipologia di vita, ma non gli ha dato le coordinate necessarie per comprenderla.

Per raccontare il viaggio di Roy McBride, il regista James Gray e la sua troupe creano un impianto visivo così curato nei minimi dettagli da risultare disarmante ma mai, assolutamente mai, sovrabbondante. Tutto è calcolato e preciso, dall’uso delle luce, ai movimenti di camera, all’utilizzo delle musiche. Alcune sequenze all’apparenza semplici, hanno un impatto sulla resa complessiva e l’atmosfera generale del racconto devastanti, capaci di riempire di stupore lo sguardo. Si pensi ai momenti iniziali sulla stazione orbitante terrestre, o anche a come è ripresa e montata la sequenza in cui il protagonista su Marte sale su di un mezzo ed esce dalla stazione sotterranea. Gray non spreca un movimento di macchina, una luce o un suono, nel raccontare il viaggio di Roy e non scade mai nel autocompiacimento. Menzione doverosa per Brad Pitt, che è la punta dell’iceberg di un casting pressoché perfetto. L’attore statunitense si ritrova a gestire da solo il peso di tutta la storia e lo fa con una bravura che fino a qualche anno addietro sarebbe stata impensabile, a conferma della sua bravura non solo nella scelta dei soggetti da interpretare, ma anche nella recitazione stessa.

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“Ad Astra” rispetto ad altri lavori del regista, forse anche per via del budget produttivo, risulta sicuramente meno compatto nel racconto, con alcuni momenti inseriti probabilmente su richiesta di chi cercava comunque un buon ritorno economico, visto anche il volto sul manifesto. Ci sono alcune sequenze di natura decisamente più spettacolare, come un inseguimento sulla superficie lunare, che seppur di indubbia spettacolarità non trovano una vera e propria amalgama con i toni generali del racconto. La necessità di spezzare un ritmo forse fin troppo dilatato per un pubblico attirato alla visione dalla locandina, piuttosto che dalla trama, lascia qualche strascico su di una pellicola che altrimenti poteva assurgere a classico contemporaneo di fantascienza intimista. Lo spettacolo rimane comunque di eccellente livello e non lascia di certo con un senso di incompiutezza una volta giunti ai titoli di coda. James Gray si conferma regista di talento, sia dal punto di vista tecnico che narrativo e “Ad Astra” uno dei migliori titoli di genere degli ultimi anni.

7.8
10
Notevole

In Breve

Fantascienza intima e minimale, nessun epico viaggio dell’eroe, ma un sussurrato percorso dentro l’autostrada dell’animo.

In Breve

Fantascienza intima e minimale, nessun epico viaggio dell’eroe, ma un sussurrato percorso dentro l’autostrada dell’animo.
7.8
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