A bittersweet life – Forse è solo un sogno

Il cinema coreano porta nuovamente la vendetta sul grande schermo, questa volta i tratti somatici differiscono dalla trilogia di Chan-wook Park (Old Boy), il sentimento non è più viscerale/passionale, ma bensì più classico in quanto pura reazione contraria alle azioni commesse a sfavore del protagonista. Il regista Ji-woon Kim (Two Sister) predilige l’estetica all’introspezione, esalta e cura la confezione di “A bittersweet life” andando a pescare dal cinema di ogni paese costruendo un thriller serrato dai toni esteticamente noir. La storia vede come protagonista Sun-woo (Byung-hun Lee), direttore di un prestigioso Hotel ed allo stesso tempo braccio destro del capo malavitoso Kang (Yeong-cheol Kim), quest’ultimo innamorato di una ragazza più giovane di nome Hee-soo (Min-a Shin). Convinto di non essere corrisposto dalla ragazza Kang la fa pedinare da Sun-woo, scoprendo che in effetti lei ha un’amante, ma proprio quando lui dovrà ucciderla ubbidendo agli ordini del capo comprenderà d’essersene innamorato a sua volta, risparmiandole la vita ma attirando su di se le ire di Kang il quale lo farà torturare fino quasi ad ammazzarlo. Sun-woo riuscirà a scappare dalle supplizie iniziando così la sua vendetta, scalando pian piano tutti i livelli della malavita organizzata per arrivare a Kang. Niente di particolarmente originale sul fronte della trama, ma nonostante tutto “A bittersweet life” rapisce lo spettatore con i suoi colori, il suo scenario patinato, ma soprattutto grazie ad un ritmo serrato che forte di una impostazione noir moderna non cade mai nel baratro della noia per asfissia. Un lavoro estetico incredibile che riesce a far digerire una storia “conosciuta” grazie all’opposizione di eleganza e brutalità, evitando ritocchi digitali alla velocità delle scene o ai colori. “A bettersweet life” è un riuscito mix tra il cinema d’azione di Woo e l’estetica ricercata di De Palma, ed infatti il film di Ji-woon Kim sembra a tutti gli effetti il riuscito mix di “A better tomorrow” e “Scarface”, andando così ad unire due emisferi cinematografici diversi che per quando a prima vista dissimili riescono a convivere con incredibile stupore dentro l’obbiettivo del regista coreano. Ma le coordinate stilistiche sono riuscite grazie comunque ad una storia che sa dove estremizzare i fatti, virando poi nella delicata innocenza dell’intimità umana, descrivendo con piccoli movimenti e sguardi ogni singolo pensiero dei protagonisti. “A bettersweet life” è un film contenitore, un bambino figlio di genitori multietnici che hanno saputo educarlo al meglio per raggiungere risultati a loro negati, ed è così che realizza il suo sogno d’arrivare dove chi lo ha preceduto non era riuscito, così come il sogno del protagonista potrebbe avverarsi, quello di “A bittersweet life” (e del cinema coreano di qualità) è già realtà.

Bittersweet Life
A bittersweet life – Forse è solo un sogno
7.4

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