Alita angelo della battaglia

Iron City, anno 2563, trecento anni dopo “la caduta”. Il mondo è molto cambiato, gli esseri umani non lo sono più tanto e per le strade imperversano ibridi uomini/macchina. Il dottor Dyson Ito è un chirurgo che aggiusta corpi robotici e cercando componenti in una discarica ritrova il busto di una ragazzina. Dopo averla portata a casa dona a questa il corpo che aveva costruito per la figlia perduta riportandola in vita. Dyson le darà il nome Alita, che risvegliatasi completamente senza memoria inizierà un viaggio alla ricerca della propria identità. Ben presto scoprirà eventi del proprio passato che la renderanno un soggetto pericoloso per le alte sfere della società attuale, iniziando una lotta per la propria sopravvivenza.

James Cameron produce e adatta il manga “Gunnm” di Yukito Kishiro, affidando la regia a Robert Rodriguez che per l’occasione mette da parte gli eccessi del suo cinema e si confronta con una produzione ad altissimo budget. Oltre vent’anni di gestazione da parte del regista di “Titanic” per trasformare il fumetto in un film, ma alla fine passa il testimone per occuparsi della sua saga “Avatar”, trovando nel regista messicano la figura perfetta a cui lasciare in eredità il progetto. “Alita angelo della battaglia” (da qui solamente “Alita”) è il primo di tre ipotetici capitoli dedicati alla trasposizione del manga di oltre 1500 pagine.

Da un lato il lavoro di riduzione è compatto e lungimirante, questo primo film sente forte il peso di una storia che non riesce ancora a svelarsi (una miccia che non si innesca). La pellicola dal ritmo serrato incanta per la grandiosità delle sue immagini, anche se alcuni effetti speciali, strano a dirsi, sono veramente poco riusciti, per una protagonista da cui è difficile staccare gli occhi di dosso e un susseguirsi di eventi che aumentano sempre più la portata di una storia, che però in questo primo film non esplode mai, proprio perché non presente, ma solamente suggerita (non sapremmo mai nulla ad esempio della “caduta”).

“Alita” è palesemente pensato per continuare successivamente il racconto, un film in cui sceneggiatori e regista mettono tutte le pedine su di una scacchiera, ma fanno iniziare il gioco solamente alla fine di queste due ore, disseminandole di tematiche ed eventi da affrontare nei seguiti.

“Alita” è quindi un racconto di formazione troppo veloce per definirsi riuscito, ma allo stesso tempo un film di fantascienza eccessivamente patinato e superficiale per innescare una qualche riflessione sul racconto. Un eventuale ragionamento legato alla distanza temporale tra la materia originale e il suo adattamento cinematografico, su cui potrebbe pesare un effetto di idee depredate da produzioni di genere precedenti a questa, non sarebbe scontato ma sterile, perché di fatto Cameron e Rodriguez compiono una personalizzazione sul racconto del manga proprio per adattarlo all’anno di uscita.

“Alita” è palesemente ideato per continuare successivamente il racconto, un film in cui sceneggiatori e regista mettono tutte le pedine su di una scacchiera, ma fanno iniziare il gioco solamente alla fine di queste due ore, disseminandole di tematiche ed eventi da affrontare in eventuali seguiti. La pellicola sacrifica la profondità sull’altare della serialità controbilanciando il tutto con una dose di azione e una cura visiva che ha pochi eguali. Gli interpreti riescono quasi tutti a descrivere in maniera adeguata il proprio personaggio, ovviamente Rosa Salazar che interpreta la protagonista e Christoph Waltz nei panni di Dyson sono mattatori assoluti di queste due ore, ma anche tutti gli altri fanno adeguatamente quanto la scrittura richieda.

“Alita” è quindi un film d’azione fantascientifica spettacolare, divertente, ma poco coinvolgente dato che la parte più interessante arriva pochi minuti prima dello scorrere dei titoli di coda, quando il cattivo finalmente si rivela e Alita è pronta per intraprendere un nuovo viaggio che la metterà a confronto con questo. Per ora il film di Rodriguez è perfetto nel suo voler intrattenere e divertire ad ogni costo, ma farà storcere il naso a chi si aspettava qualche riflessione in più oltre a quella sul fatto se sia più o meno lecito amare una macchina.

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